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66

Giù fino ai nervi dell’anima
la cattedrale silenziosa e alta
dove un bambino gioca
in una pozza di sole
con la sua biglia rossa.

Stefano Strazzabosco 2013 100 9788889615492 30

“È un libro singolare 66 di Stefano Strazzabosco (1964): lo muove una fede segreta e quasi alchemica nella parola («Legato a un palo il logaritmo dei secoli / dormicchia nel suo sonno millenario»). Nello spazio esplosivo del verbo, nel ritmo, nel vincolo della rima il mondo è una scoperta e un mistero.”

Daniele Piccini, «Famiglia cristiana», N. 23, 9 giugno 2013

“Stefano Strazzabosco è vicentino, deriva da lì forse la stralunatezza di questi versi notturni [«Quando dai campi viene su la luna», in 66]. Versi che sono come un andante; lentamente discendono dalla luna alle donne e agli uomini […]”.

Silvio Perrella, «Il Mattino di Napoli», 2015

“[…] Libro complesso e stratificato, insomma, quello del vicentino, che si articola in sette sezioni delle quali la prima, «B.A.O», quasi a simboleggiare il principio e la fine come pure l’intreccio babelico delle lingue (dal vernacolo al franco-provenzale), richiama esplicitamente il vincolo di sangue contratto alla nascita col dialetto, mentre l’ultima, «Potlatch», che in lingua chinook significa «dono» (nella forma, però, della dissipazione e dello spreco), allude alla gratuità che appartiene alla poesia. Ma andrà segnalata anche la sezione «Chivau» che vale ad istituire un nesso, non puramente esteriore, con la lezione di Guglielmo IX d’Aquitania e con la scuola dei trovatori, soprattutto nella maniera di trattare il tema politico, come nella fascinazione per la natura, i mesi e le stagioni, o nel personalissimo ed onirico bestiario di Strazzabosco popolato da istrici e maiali, pesci e capre, scimmie ed aquile, galli e lepri, chimere e canguri, bovini e serpenti, pantere e galline, pescicani e creature dalla pelle squamata con testa di rettile che sembrano uscite dagli incubi di H. P. Lovecraft. E tuttavia l’approccio al modello appare filtrato da un sottile intento parodico attraverso il rovesciamento dei temi cortesi, oppure con l’abbassamento sistematico del ruolo della donna (cfr. Di notte la casa volava, o Nella stagione umida la carta) nello spirito ribelle e giocoso che era di Palazzeschi come di Folgore. Dissimulati, ma riconoscibili, citazioni o rimandi a Caproni, Rilke, Dante, Leopardi, il Tasso delle Rime. Viene così a definirsi una poetica d’impianto surreale, molto legata al territorio (Vicenza, e i suoi elegantissimi scorci, dal Ponte di San Michele e dalla Basilica Palladiana alle piazze, alle chiese barocche) ed intonata ad una sua «musica algebrica», che forse non sarebbe improprio definire delle ‘briciole’, degli scorci, dei voli onirici, senza dare a queste formule alcun valore minimalista: «Se l’infinito è una nuvola viola / io sono crepa e tazza, / l’aria diffusa sopra l’alto piano / cartesiano». Ad attribuire equilibrio e leggerezza all’insieme, il sale dell’ironia […]”.

Maurizio Casagrande, «Punto. Almanacco della poesia italiana», N. 4, 2014

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