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Abse

Ho attraversato l’abse, il nulla

nel nulla ho trovato un paese

nel paese sono entrata

attraversando questi nodi pubblici:

la prima porta

la bottega dell’acqua

l’osteria del buio rosso

la piazza

la scuola

la biblioteca

l’ostia

l’asilo

l’ospizio femminile

il cimitero

ho infilato ogni filo creaturale nella mia cruna interiore

nascendo questo poema

io viaggio e canto

portando ovunque comunque

l’io profondo nel mio corpo che è la mia casa

Anna Maria Farabbi 2013 144 9788889615485 29

L’autore

Foto di Arcangelo Piai

Abse è un poema potente, incardinato nella terra e nell’Appennino, scritto con femminile totalità da una poetessa umbra, Anna Maria Farabbi, abituata ad abitare il margine come un luogo centrale. Tutte le forze del creato si concentrano in questa densa polpa fruttuosa, come la notte nelle tempie fosforiche dei matti.”

Daniele Piccini, «Famiglia cristiana», N. 14, 7 aprile 2013

“In Abse ” […] c’è il nulla, che tuttavia è specialmente «stupefazione di ciò che è inesprimibile fino all’ammutolimento». Insomma un luogo che è tutti i luoghi e che quasi si richiama allo schumanniano «uccello profeta» che racconta con meraviglia i segreti della natura e del mondo.”

Sergio Garbato, «il Resto del Carlino», 8 giugno 2013

 

“Non succede tanto spesso, nel richiudere un libro di poesia dopo averne ultimato la lettura, di ricevere l’impressione che l’autore, scrivendolo, vi abbia rifuso un intero mondo di pensieri, di sogni, di persuasioni tenaci, di storie. […] Povertà è qui termine chiave e ha valore di emblema, nell’esperienza, in primo luogo, ma anche nella parola che viene offerta «come un’eredità – dice assai suggestivamente l’autrice – che scalza di netto il superfluo.»”

Marco Vitale, «Poesia», N. 285, settembre 2013

 

“E dico ‘ascoltavo’ […] perché la sua scrittura, soprattutto la poesia è da ascoltare, con i suoi molteplici suoni […], con quegli specialissimi spazi di silenzi, non solo tra i versi ma anche dentro al verso, che ti costringono a sentire toccare respiri o vuoti siderali o vuoti di pensiero, di emozione, di concentrazione. Con il suo ritmo imprevedibile (versi lunghi e poi brevissimi, testi lunghi o lapidari, narrazione diffusa o sintesi appuntata, titolazioni sopra, sotto, dentro…) che è capace di prenderti come il tamburo della trance.”

Milena Nicolini, Attraversamenti di “Abse”, Rossopietra, Castelfranco Emilia, 2013

 

“Certamente s’incendia il corpomente nel leggere e nel ripetersi ad alta voce le parole di questo libro […]. Conquista già la recisa affermazione iniziale: «io credo nella poesia». Decisamente l’opposto di una linea poetica volta a restituire il parlato e la quotidianità considerata più banale, decisamente il contrario di una linea nutrita di scetticismo e forse di pragmatismo o ritenuto tale. […] «Io credo nel credere. / Per credere faccio l’orto e il pane. E imparo ogni giorno a tacere lavorando, tessendo il tempo, accettandolo», prosegue Farabbi. Da una riva mediterranea come questa di Via Lepsius non si può rimanere indifferenti a quel richiamarsi all’atto del tessere che, etimologicamente, è ben dentro il textum, il fare ed il risultato del fare che pertiene al canto più antico, al tessere che i rapsodi intraprendevano per cantare di Gilgamesh e di Achille e di Odisseo. «Orto e pane» sono poi un fare ed un tessere nella e della pazienza, nel e col tempo, nell’attesa e con l’attesa.”

Antonio Devicienti, blog «Via Lepsius», 23 gennaio 2014

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