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Adlujé

Io so nbotto giallo ntol cervello tsitto

della solitudine. L’epo de lujo

che coce.

Lmiele.

 

So lmiele che nengue

drent’a la trippa dla notte:

ogne d’oro

lvento.

 

 

Io sono un’esplosione gialla nel cervello muto

della solitudine. L’ape di luglio

che scotta.

Il miele.

 

Sono il miele che nevica

dentro la pancia della notte

ungendo di oro

il vento.

Anna Maria Farabbi 2003 112 9788889615928 1 ,

L’autore

Foto di Arcangelo Piai

“Il mio bersaglio non è la scrittura ma l’opera interiore.”

Dall’Autoritratto di Anna Maria Farabbi

“Anna Maria mi sembra una delle voci più mature e profonde della recente poesia italiana. Rappresenta quanto di meglio io cerco in un poeta: autenticità, rifiuto del potere (scelta della marginalità), disciplina della forma e senso di libertà. La sua ricerca si distingue poi per l’originalissimo modo – tutto femminile – di coniugare lucidità della riflessione e sensualità.”

Marco Munaro in Carlo De Pirro, «il Mattino di Padova», 13 settembre 2003

“Il titolo è una parola dialettale, usata dai contadini nei dintorni di Gubbio e sta ad indicare le notturne cacce di frodo. L’autrice è conosciuta per aver agito in poesia, prosa, saggistica e traduzione. Il suo è un testo dei biancori, dei bui, dei silenzi, animato da lettere che respirano, dove la luce inonda il vuoto della bocca, dove si può frugare la notte e un segno accade. Dialetto e lingua qui fanno musica.”

Alberto Cappi, «la Voce di Mantova», 18 settembre 2003

“La voce può essere una sensibilità impudica e incontenibile, il desiderio che si mangia la volontà ma anche le voci della notte, le luci lontane, il rapporto oscuro e profondissimo con la madre con la coscienza (o prescienza) di essere entrambe donne, con le stesse brame e gli stessi mali, gli stessi sogni e la stessa tormentata voglia di vivere. C’è poi quell’odore duro di pietra e muffa negli angoli dimenticati della casa. In taluni casi le poesie hanno una doppia versione, in dialetto e in italiano, per meglio restituire il senso profondo della materia e il gusto onomatopeico della nominazione che si perde nell’incalzare dei verbi e delle sensazioni.”

Sergio Garbato, «il Resto del Carlino», 1 novembre 2003

“Un libro innovativamente raro nella produzione poetica contemporanea”.

Achille Serrao, «Periferie», A. VIII, N. 28, ottobre-dicembre 2003

“Dunque, un libro ‘forte’, un libro complesso e stratificato su più livelli, un libro difficile, ma non impenetrabile e tanto meno esoterico, a condizione però che il lettore accetti di accoglierne la sfida, di misurarsi sullo stesso terreno, di ‘leggerlo’ – potremmo dire – col corpo e col sangue, ovvero secondo le sue stesse categorie interne, prima che con l’occhio e la mente. Impresa ardua, certo, ma non impossibile.”

Maurizio Casagrande, «La clessidra», N.1, 2004

“Orfeo mi insegna a non voltarmi, a non cercare il volto dietro di me. Un gesto, il suo, che causò la morte definitiva del volto e di sé, poco dopo la sua uscita dolente e fallimentare dagli inferi. La propria opera ha un volto, un volto imperdonabile, come scriverebbe Cristina Campo, non ci è consentito vederla frontalmente, come fosse la testa brulicante e micidiale di Medusa, né cercarla di comprenderla all’indietro, nelle profondità dei nostri inferi. Posso solo questo: quando metto le orecchie sul corpo di adlujé per verificarne la sua vitalità cardiaca, sento il sonoro degli uccelli precipitati nella rete, dentro un volo buio e affamato. Sento la cerimonia cannibalesca dei poveri che se li mangiano. Poi, un falò di ossa e di piume. La lingua feroce di quel falò ha tatuato la mia. Per questo ho cantato così e ancora canto a distanza di anni così. Stando sempre dalla parte di quegli uccelli.”

Anna Maria Farabbi, dal risvolto di copertina della seconda edizione, 2019

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