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Animadaria. Vita e umori dei tregiardini

                                                                  […] I giardini
sono dentro il plenilunio insieme con noi. Vi dormono in-
sieme con noi. Io scrivo fiabe, poesie e scritture di giardini.
Le fiabe per far innamorare. Le poesie per innamorarmi.
Le scritture di giardini per giocare ad innamorarmi e a far
innamorare. Ma oggi è Sabato, il sedici del Settembre che
accende: i topinambúri non sono piú otto, ma nove; i fiori
d’ipomea non piú ventiquattro, ma trentatré; non uno ma
due i delphinium, tre le spighe di buddleja. I fiori sbocciati e
l’amore sono come la luna la quale o cresce o cala.

Gianfranco Maretti Tregiardini 2022 112 9791280446091 8

L’autore

A cura di Marco Munaro

“Zanzotto ne fu deliziato. E avrebbe voluto scriverne. Purtroppo non lo fece, preso dai troppi impegni e fu un peccato, ma ne trascrissi allora alcuni fulminei giudizi che ho conservato: ‘Un libro pieno di delizie ad ogni apertura di pagina. Un libro così fa macchia nel panorama letterario. C’è fusione, coesione profonda, amore corrisposto’. Io: ‘Ha avuto coraggio’. Zanzotto: ‘È un coraggio preternaturale, diciamo così, che coglie a rasovolo tutto quello che c’è di possibilmente bello e ricomponibile in armonia senza precipitare nei baratri che pure s’intravvedono anche lì. È uno che tiene a bada con la spada la catena alimentare”. ‘È una scrittura unica, poi, e di grande forza’. ‘È unica, è. C’è coraggio, c’è forza, è un dono alla fine’. Ricordo la presentazione che ne facemmo a Ostiglia, a maggio di quello stesso 1996. Lo passai a prendere a casa sua e salì in macchina a piedi scalzi, a piedi nudi scese e attraversò la strada danzando fino al giardino del Liceo dove aveva insegnato ed era stato preside. Io lessi quella che qui compare in appendice come postfazione davanti agli amici e a tanti che lo conoscevano e amavano. Mi porto dentro da allora quel suo coraggio, quella sua libertà, la stessa dei bambini, dei folli, e dei felici.”

Dal Preludio di Marco Munaro

“Cosa accade, poi, in questi giardini? Niente, apparentemente; le presenze umane sono fugaci; anche se non cancellate, assomigliano a ombre o fantasmi onirici, a spettri del desiderio. Perché nel teatro dei Tregiardini si svolge la rappresentazione dei tempi stagionali, colti nelle loro innumerevoli epifanie sensibili che il copista-legislatore quotidianamente registra e quotidianamente interpreta nominando ciò che il tempo stesso scrive sotto forma di prodigi o portenti o miracoli inesauribili. Lo stilita dei Tregiardini alla ricerca del proprio cangiante equilibrio spirituale è un primitivo e un iniziato, e vive il tempo; ma è un tempo concreto, operativo e mitico, come quello del contadino. […] 
Diciamolo: che coraggio, forza e nobiltà d’animo per scrivere un libro così, per condurre questa perlustrazione nel mondo dell’oblio e della memoria tradita, senza mai proferire un lamento; per bagnarsi – come Maretti ha fatto, e come tutti possiamo fare leggendolo – direttamente nel Lete e nell’Eunoè della poesia.”

Dall’Appendice di Marco Munaro

“Il libro prende avvio nella notte di San Lorenzo, quando appunto incomincia, secondo Maretti, «l’anno dei giardinieri», e il ciclo alla fine si conclude in un successivo 10 agosto, dopo aver attraversato le opere e i giorni di un lunario esiodeo, seguitando di mese in mese i tempi e le fasi della vegetazione e il ritmo dei lavori – vangare, seminare, trapiantare, mondare, zappare, potare, sfalciare, raccogliere. Il poeta accarezza arbusti e fiori, anzi diviene parte stessa di essi, sospinto nel vortice misterioso della natura, immerso nel flusso ininterrotto delle stagioni, mentre cammina scalzo in mezzo all’erba con «i piedi fatti di terra nera» (p. 24), accoglie la «luce verde del primo mattino» (p. 37), respira «l’odore dei fieni seccati» (p. 45), ascolta «una musica di pioggia» (p. 51), osserva le sequenze della fioritura, contempla l’incanto della neve accumulata sui rami o le prime nebbie d’autunno che avvolgono gli alberi spogli. Trascinato da questo élan vital, egli appare come invaso da una sorta di sentimento panico […].
La sintassi si sgrana allora in un pulviscolo di frasi nominali, di frammenti paratattici, di geometriche iterazioni […]. Quasi una sorta di corrente di coscienza dunque, di sognante scrittura automatica, di poesia ininterrotta che, per sensibilità nei confronti della natura e per disinvoltura verbale, potremmo accostare a certi passaggi di Corrado Govoni, nato d’altronde non tanto lontano dai tregiardini, nella pianura ferrarese ugualmente solcata dal grande fiume.[…]
A suo modo dunque Gianfranco Maretti Tregiardini sembra aver voluto raccogliere l’invito di Virgilio (non casualmente «mantoani per patrïa ambedui»), quando, nel quarto delle Georgiche, si scusava di non poter trattare dei giardini per motivi di spazio, affidandone ad altri il compito. Atque aliis post me memoranda relinquo, canta il suo verso, che Maretti così restituisce: «e lascio da celebrare ad altri queste cose, dopo di me» […]. A queste cose memorabili egli ha voluto rendere onore e dichiarare amore, a un giardino che è insieme proprietà personale e anelito universale, vero parádeisos, luogo di felicità vera. Ma Maretti è un poeta e, in quanto tale, sa bene che «La felicità non è uno stato, ma un linguaggio» (p. 100). Con questa frase si conclude il libro e proprio qui sta forse la sua più profonda ragione.”

Claudio Pasi, «SuccedeOggi», ottobre 2022

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