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Berenice

(1 recensione del cliente)

La finestra incornicia il tuo volto
il tuo volto alla finestra
È una finestra di pietre
dove si arrampica un sambuco che suona

 

Tu appari è un volto
di canali e fornaci,
di canali e dogane

 

eppure esisti, festeggi,
sei nel migliore dei mondi possibili

 

quello che sei è proprio in questa finestra

 

Esisti vero?

 

Sempre qui si capisce

 

carne e nervi

 

sangue fiorito nel mistero

Marco Munaro 2014 84 9788889615560 33
Postfazioni di Luigi Bressan e di Gianfranco Maretti Tregiardini

“Questa voce attraversata dai fiumi e bagnata dal mare, da città e pietre, è cresciuta a scuola dall’abisso della mia anima buia, è fiorita sotto la volta scorticata. E ancora, una ragazza che forse non esiste mi ha salvato. L’ho chiamata Berenice.”

Dall’avvertenza Al lettore del poeta

“Marco Munaro sembra aver scritto Berenice per placare sé stesso come autore e come essere. Non come uomo, bensì come essere, perché in questo libro lui è un essere dell’Ente. Si cala totalmente pienamente ciecamente nel gran mar de l’essere per naufragare e naufragare. Riemerge e vede lei, Berenice; naufraga e chiama lei, Berenice. Ogni immersione lo purifica e lo trasforma, gli dà la veggenza perché gli dà l’oblio di sé. Resta pensante, ma in forma d’albero, d’uccello, di macigno, di astro, di morto, di vivo, di risorto.”

Dalla Postfazione di Gianfranco Maretti Tregiardini

“Ma è ancora l’aspetto formale (ovvero in-formante) a elevare a virtù cristallina quello tematico. Per questa via si ritorna immediatamente a Dante e da lui si risale ad Arnaud Daniel. Di Arnaud, ammesso come inventore della sestina, ce n’è pervenuta una sola; Dante una sola ne ha scritta, una ‘petrosa’, assumendo proprio quella come probabile modello prossimo, nonostante una sua diversa dichiarazione. E però è qui ripresa ad uso di parole-rima (ombra/colli/erba/verde/pietre/neve) per la Sestina terza, un canto che le intreccia di vita e di morte e questa sembra prevalere con i segnali dell’ombra, della neve, della pietra sulla resistenza del verde.”

Dalla Postfazione di Luigi Bressan

“Berenice è la bellezza, Berenice sono i buoni ricordi, sono i lampi che illuminano improvvisi il motore incessante e profondo che ci spinge a cercare e ad aprire la nostra vita agli altri e all’amore, «Risalgo in bicicletta lungo il canale / mi gronda sul viso e sulle mani / rotte e sugli occhiali sporchi di neve // il sangue di Orione».”

Marco Molinari, «la Voce di Mantova», 24 aprile 2014

“Marco Munaro, poeta e raffinato editore di poesia, ha fatto proprio quel mito, al punto che nel suo libro l’Io dialoga di continuo con Berenice; ma il suo è piuttosto un monologo, una sorta di stream of consciousness, nel quale mette a nudo desideri, lacerazioni del cuore, rimpianti. Tutti i pesi della vita e tutto il suo bene sembrano essersi materializzati nell’immagine di Berenice, che per la sua natura metamorfica è tante cose insieme, proprio come la vita: «una voce attraversata dai fiumi e bagnata dal mare, da città e pietre…una ragazza che forse non esiste…».”

Anna De Simone, «Poesia», N. 294, giugno 2014

“Berenice, tu soffi da un cielo alto
dall’illusione di un cielo tu soffi.

Ai nostri orecchi alle nostre porte
soffia tu, Berenice, le visioni.
Di rasoiate tu sai e di carezze.

Il nostro coro che ti chiama
    sarà pulviscolo in fine,
          fratello dei tuoi soffi.”

Gianfranco Maretti Tregiardini, «Brindisi con i poeti», Rovigo, marzo 2016

“Del resto, la citazione dell’unico frammento giunto fino a noi dell’opera di Cornelio Gallo, posta ad apertura, Uno tellures dividit amne duas, è da interpretare, forse, come il rischio di una separazione, di una scheggia di senso isolato nell’economia di un lavoro, quello dell’artista, che non può fare a meno del passaggio dal magma delle origini fino alla restituzione di un senso ultimo e più maturo. Questo travaso della sostanza abrupta, terragna, verso l’elemento iperuranio, è un tema che attraversa tutto il libro…”

Sebastiano Aglieco, blog «Compitu Re Vivi», 7 settembre 2016

Discepola rappresenta l’acme della raccolta Berenice, come di un’intera poetica, e insieme l’apice dell’impegno profuso da Munaro sui fronti della poesia e dell’insegnamento.”

Maurizio Casagrande, «Verifiche», N. 4, settembre 2016

1 recensione per Berenice

  1. Alfredo

    Riporto le parole di Gianfranco Maretti Tregiardini su questo libro

    Questa Berenice è la Poesia, forza, furia e resa. Remote, oscure le sue origini quand’era allevata a latte e Muse. Imparò a camminare attraverso oralità oralità oralità, letterature e letterature e letterature. Spesso s’addormentò, ma, fosse pur lungo il sonno, c’era chi – Poeta – la svegliava; fosse pur agitato, c’era chi – Poeta – la placava.
    Marco Munaro sembra aver scritto “Berenice” per placare sé stesso come autore e come essere. Non come uomo, bensì come essere, perché in questo libro lui è un essere dell’Ente. Si cala totalmente pienamente ciecamente ne «lo gran mar de l’essere» per naufragare e naufragare.
    Riemerge e vede lei, Berenice, naufraga e chiama lei, Berenice. Ogni immersione lo purifica e lo trasforma, gli dà la veggenza perché gli dà l’oblio di sé. Resta pensante, ma in forma d’albero, d’uccello, di macigno, di astro, di morto, di vivo, di risorto.
    Così Niobe.
    “Niobe parla ai suoi figli perché si salvino” (pag…). La Poesia parla ai suoi poeti perché si salvino. E anche le parole si salveranno, anche le vocali:

    “Il tuo modo di stringere e regalare le vocali
    è per me
    che mi stringo allo sbattere delle tue ali
    prigioniera nella gabbia del mio torace”

    La parola munariana trafigge come accarezza, accarezza come trafigge. In “Berenice” non è salvifica la meta ultima, tutta l’azione poetica si svolge – alla lettera, come un rotolo – segretamente salvifica, disperatamente salvifica.
    “L’amore che porto puro” (pag…).

    Ad ascoltare “Berenice” come concerto o concento, si ha la viva sensazione di come il vestito sonoro rivesta il corpo con quella rara adeguatezza di chi, come Munaro, ha una testa di poeta innanzitutto come alveo sonoro.
    È un concerto o concento per strumenti che si cercano per umiltà, naturalità, forza e fragilità e fascino innocente: s’incontrano ocarina con rossignol, bastone della pioggia con scacciapensieri, olifante con sassi ribattuti con crepitacoli con mani ribattute con sibili con pance percosse.
    «Quando è sincera, quando nasce dal bisogno di dire, la voce umana non c’è chi possa fermarla. Se le tolgono la bocca, lei parla con le mani, con gli occhi, con i pori, o con quello che sia. Perché tutti, ma proprio tutti abbiamo qualcosa da dire agli altri, qualcosa che merita di essere celebrato dagli altri, o perdonato».
    – Eduardo Galeano –

    Gianfranco Maretti Tregiardini
    29.X.2012

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