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Cante d’Ádese e Po e Bi-ba-ri-bò

Ghè per le bionde el ponte de la Sale,
ma per quel ponte ghe ne passa poche;
in Piaza se fa vèdere le cioche
e le più furbe va per le Zemele.

 

E se le va sui ponti o su la strada,
n’esser de mi gelosa o Ciara Stela,
ma inàsiame anca a mi la to’ scodela
e daghe al me sculiero ’na furbida.

 

Destira su la tòla la tovaja
ordia da ti col càneo de Belfiore
o Ciara Stela, vissare mie, amore,
boca de rosa e vita de paveja.

Gino Piva 2016 264 9788889615768 1 , , ,
A cura di Luciano Caniato e Marco Munaro
Premessa di Sergio Garbato

“Non è un caso che sia proprio Gino Piva a inaugurare questa collana, L’Arca del Polesine, nella quale ci proponiamo di custodire i tesori della nostra tradizione letteraria, in lingua e in dialetto, per offrirli alle nuove generazioni in tutta la loro freschezza e forza. È un’idea covata a lungo e non è stato il caso a farci ritrovare sulla copertina del leggendario, introvabile Bi-ba-ri-bò l’immagine ancestrale del Ponte detto de la Sale… 
A Gino Piva, figura poliedrica, infaticabile, sfuggente, il Polesine deve molto, molto piú di quanto finora siamo stati disposti ad ammettere. Il fatto è che nessuno come lui ha dato voce e canto alla nostra terra, attingendo a piene mani alle fonti vive, orali del popolo e agli studi pionieristici di Pio Mazzucchi e Gherardo Ghirardini (si noti: un linguista e un archeologo), reinventati genialmente da un sentire sorgivo, pieno di ardimento, di nostalgia e stupore.
Cante d’Ádese e Po (1931) e Bi-ba-ri-bò (1934): ovvero tutto un variegato, indimenticabile apparire di luoghi e paesaggi, di figure e scorci paesani, insieme remoti e familiari, catturati dall’occhio del remengo: un camminante, fedele d’amore senza patria (e senza padre).”

Dall’Avvertenza dell’editore di Marco Munaro

“Insomma, nel gioco concentrico dei giorni, alla vigilia della morte, Gino Piva ritornava agli ardori della giovinezza, a quel fervido socialismo che aveva nutrito il suo apostolato in Polesine. Né aveva dimenticato la poesia, che aveva infiammato una diversa e successiva stagione e che aveva costituito il raggiungimento piú alto della sua attività di scrittore. E, ancora, il modo di vivere (o di concepire la vita) e di guardare la realtà restava quello di un giornalista, quale era sempre stato. Ma era tardi, la morte bussava sempre piú insistentemente alla porta e non c’era piú tempo per far niente, anche se continuava a rispondere agli inviti e alle sollecitazioni degli amici e degli estimatori, correndo di qua e di là, per far sapere che c’era e che era tornato. Poi, nel silenzio della sua casa, una notte febbrile, con il cuore in tumulto, lo prostrava e gli ricordava che il destino era già scritto.”

Dalla Premessa di Sergio Garbato

“Solo chi si allontana da qualcosa, ne è lasciato o la perde, assume la posizione privilegiata e dolorosa dell’esule. Solo all’esule, volontario o involontario che sia, sono concesse prospettive da cui traguardare, contemplare, riassumere o sognare gli oggetti del proprio desiderio. Oggetti che possono essere anche una gente, una cultura, un paesaggio o, nel nostro caso, una terra che li riassume. E Piva fu davvero e continuamente esule, o meglio un individuo con radici aeree, senza un luogo preciso in cui fiorire. Durante la fanciullezza visse infatti un po’ dappertutto. Il nord, il sud, il centro dell’Italia lo videro al seguito di un padre fedele ai suoi ruoli e di una madre oscillante. Solo la morte di lei, e il conseguente ritorno a Rovigo, gli permisero il contatto stabile con una terra che piú tardi, per rialzare la testa, avrebbe avuto bisogno anche dei suoi sogni. Un Polesine che lo segnò con gli imprinting favolosi della sua natura e della sua gente. E quando le prime flessioni della vitalità lo costrinsero a ripensamenti, quella terra, filtratagli in profondità negli anni in cui gli uomini costruiscono l’asse del sé, riemerse, vestita dalla lingua che lo aveva fasciato agli inizi e che ancora lo avvolgeva.”

Dall’Introduzione di Luciano Caniato

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