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Compitu re vivi

Virìva na forma ’ntica
dd’occhi giràti a nu nenti:
vattìnni, làssimi accussì
nun aju nenti.
Nenti era tutta l’aria ca gilàva
na bbestia raggiàta rispiràva
supra u cantùni a mmànca ra muàrra.

 

 

Vedeva una forma antica / quegli occhi rivolti a un niente: / vattene, lasciami così / non ho niente. / Niente era tutta l’aria che gelava / una bestia feroce respirava / sopra l’angolo a sinistra dell’armadio.

Sebastiano Aglieco 2013 136 9788889615515 31 ,

L’autore

Foto di Arcangelo Piai

Premio Ceppo Pistoia 2015
Prefazione di Maurizio Casagrande

“Senza mai liberarsi del tutto delle proprie ossessioni (da quella, kafkiana, di una colpa oscura, alla condizione non risolta di padre o di figlio), giunto alla fine delle proprie dolorose stazioni in un tempo «senza / rimpianto, senza pianto» (La resa delle foglie III), finalmente i nodi si allentano e il poeta può enunciare “in nome di tutti” la formula assolutoria: «nessuna sudditanza / nessuna colpa in te» (La resa delle foglie II), con la supplica finale ai lettori a toccare le sue parole, a consumarle, spalancandole sul nulla per abbandonarvisi come in un golfo accogliente (Cerco un giardino dove morire… IV).”

Dalla Prefazione di Maurizio Casagrande

“Con questo suo Compitu re vivi, Aglieco ci consegna un’opera che cerca e chiede verità, a partire da un’infanzia spaventata e solitaria, tra ricordo e visione, estraneità ed appartenenza. E l’uso del dialetto ha qui la capacità fortissima – tragica ma anche malinconica, arcaica ma anche viva e palpitante – di raggrumare il tempo e l’esistenza, in un ritorno che è ricerca d’identità e di terra, di parola e di sangue.”

Mauro Germani, blog «In-certi Confini», 2013

“Ed ecco emergere così il motivo centrale di questa poesia, che è la potenza del nome. Il nome può divorare (i nnomi s’ammùccunu cu chiama) e pretende da noi un’estrema precisione. Il bene è questa parola precisata: da una parte l’esatta pronuncia del dettato e dall’altra l’esatta trascrizione. La poesia stessa avviene in un regime di massima sorveglianza. Questa forse – ci ripete Aglieco, che è maestro di scuola elementare e del suo lavoro ha fatto un sacro dovere – è la cosa più importante che dobbiamo insegnare ai bambini e alle persone amate. E ripetere senza sosta a noi stessi”.

Milo De Angelis, dalla motivazione del Premio Ceppo Pistoia 2015

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