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Con l’ultimo treno della sera

Non sanno di essere rose
ma aspettano uno sguardo le canine
che fanno siepe alla ferrovia.
Prenderò treni lenti soltanto.

Gianfranco Maretti Tregiardini 2018 128 9788889615799 45

L’autore

A cura di Marco Munaro
Introduzione di Paolo Valesio

“Ancora incapaci di credere alla scomparsa di un uomo così buono e luminoso, avvolto in un’aura che veniva dalla follia e dalla miseria, ci resta la sua opera e il compito di custodirla e diffonderla. Ecco, seguitando, il suo ultimo libro: una scelta di versi, dalla vasta produzione degli ultimi anni, stabilita con l’autore e decisa dalla sorte. Il titolo definitivo, Con l’ultimo treno della sera, è il segno di una premonizione e, certo, c’era, in lui, la percezione acutissima del male, della morte, della vanità umana. Ma un giorno, aveva deciso di far prevalere – a qualsiasi costo – le forze benigne, di cui aveva altrettanta e perfino maggiore coscienza. Questo atto della volontà non era che l’esaudimento di una promessa: essere libero, essere felice. Donare e donarsi. […] Alla bellezza si aggrappò con tutto se stesso, come un bambino al padre che deve partire, nel commiato, non riuscendo del tutto a cancellare una invincibile malinconia che gli si era annidata dentro, in anni lontani, inconsolabile ma nascosta. E che lo rendeva ancora più grande, grandissimo.”

Dalla Premessa di Marco Munaro

Con l’ultimo treno della sera è anche una conferma che Gianfranco Maretti è stato un grande, vorrei dire, giardinario – o, con un termine più tecnico, topiario – non soltanto un giardiniere. Mi sembra cioè che Maretti eviti sempre di descrivere il suo complesso di giardini in modo olistico o strutturale (che quasi certamente verrebbe schiacciato dal grande topos del locus amoenus, rischiando la maniera). Gianfranco si concentra invece su fiori e piante singole: con uno sguardo microscopico dunque – che però si alza e si allarga liricamente. Questo ci ricorda, in un certo senso, l’origine papiracea prima ancora che cartacea dei materiali di scrittura – così che nella poesia di Maretti sembra rivivere l’ambivalenza del titolo poeticamente fondazionale della raccolta di Walt Whitman, Leaves of Grass, che evoca simultaneamente il significato di ‘foglia’ e quello di ‘foglio’ della parola leaf. […] Gianfranco è stato il più dolce e delicato fra i poeti che ho conosciuto. Il punto è che la testimonianza creativa di Gianfranco Maretti ci aiuta a capire quello che è forse l’aspetto più urgente della poesia oggi: cioè il nesso fra la poesia e la pace.”

Dall’Introduzione di Paolo Valesio

“A Gianfranco Marietti Tregiardini, Il Ponte del Sale editore dedica Con l’ultimo treno della sera, con introduzione partecipata, se non accorata, dello stesso Marco Munaro. Un abbraccio di congedo che si sporge all’orizzonte promettendo molti altri doni lasciati inediti, quaderni, poesie sparse, diari, lettere. Paolo Valesio porta altra sostanza nell’annunciare quest’opera postuma, invitando i lettori.
Tra le carte abbiamo più volte elogiato l’opera di Maretti nelle sue traduzioni dall’amato Virgilio: la sintesi folgorante, epifanica, che sforbicia improvvisa e disarma.
Qui in queste impronte essenziali il tempo fatato ha una leggerezza calviniana appuntita, precisa: «Con l’ultimo treno della sera / i poeti pinocchi se ne tornano, / e sono teste sorridenti a ciondolare. / In un paesebello dei balocchi / hanno comprato alambicchi e sfere. / Ognuno dimenticherà la sua fermata.».
L’opera si arricchisce con un inserto iconografico: spartiti in cui l’inchiostro calibra onde e modulazioni tra le viscere della poesia. È una coda luminosa che ci affascina e contamina.
Vorrei sì che il Ponte editasse ancora un’opera di questo poeta totale per assistere la poesia nel suo farsi sulla carta organica tra inchiostri figurativi, in certosini alfabeti magici.”

Anna Maria Farabbi, blog «Cartesensibili», 28 giugno 2018

“Attorno alle cose c’è la natura, a maggior ragione colma di umori, di brividi, di richiami a cui il poeta dei tre giardini non può sottrarsi. La sua natura non è però palcoscenico spettacolare, ma è fatta di spighe che si incurvano, di una frasca adornata vicino a un campo di granoturco, di pratoline attorno a una casa in mezzo alle quali si accende il giallo del fiore di tarassaco. Il suo paesaggio è quello orizzontale e mentale della grande pianura, le sue radici culturali sono piantate nella storia contadina, dei suoi genitori e dei nonni, che ricorda con dediche appassionate. Maretti sente nelle vene una contraddizione che non lo turba, anzi, innalza a manifesto: il suo essere fine intellettuale, latinista, dandy, e, allo stesso tempo, sentirsi figlio di chi ha lavorato la terra con le mani e il sudore.”

Marco Molinari, «la Voce di Mantova», 10 luglio 2018

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