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Cresce a mazzetti il quadrifoglio

ogni risveglio
è un balzo fuori dal cuscino –

 

la lucida maniglia di ogni mattina –
il giorno si apre da sé –

 

servirebbe scriverti
cominciando dal pane –
uno vive in piedi come il grano –

 

il grano di domenica due settembre –

 

gli uccelli s’annidano nell’aria
e io metto faccia al cielo le parole

Francesco Balsamo 2015 128 9788889615720 36

L’autore

“Cresce a mazzetti il quadrifoglio, quinto libro di Balsamo, sembra fare riferimento fin dal titolo a questa possibilità del reale di sorprenderci, rivelandosi attraverso la poesia. Raggruppate in 10 sezioni come altrettanti ‘mazzetti’, questi testi vivono nella libertà che li ha fatti nascere, disponendosi su più strofe o in una manciata di versi. Come estranei alla letteratura, sembrano attingere direttamente a inesauribili riserve vitali da cui la parola si genera.”

Franca Mancinelli

“Un bellissimo disegno dell’autore apre Cresce a mazzetti il quadrifoglio e gli occhi di Francesco Balsamo anticipano, nei tratti a matita, le parole dei suoi versi. Versi di tenerezza, ma senza autocompiacimento e fili di una malinconia che affiora sempre, ma senza rabbia. Il linguaggio è lieve, chiaro, con prevalenza del frammento e una vena surreale fin dal testo di apertura: “fare la gallina delle cose in miniatura / come faccio io / e con tutte le parole / sparire nel calzino nero di una poesia” (p. 12).
Eventi quotidiani e cose minime ci dà la voce dell’autore, la cui poetica è una delle più mature e interessanti, tra quelle apparse negli anni zero. Balsamo è siciliano, la sua isola si affaccia qua e là nei testi e sentiamo così il sapore della vita in una provincia in cui l’inatteso accade: “digrigna di caldo il giorno / la testa di leone della luce / io salto giù da una / delle quattro torri del tavolo” (p. 53); e l’amore ha gesti e parole che riconosciamo e nello stesso tempo sanno essere nuovi: “servirebbe scriverti / cominciando dal pane — / uno vive in piedi come il grano…” (p. 48).
Una percezione, del mondo e della vita, che sono insieme condivisione e consapevolezza dell’unicità di ognuno. Dove troppo pacificata potrebbe apparire la visione ecco il colpo che destabilizza le certezze: “ho in bocca la ghiaia delle parole…” (p. 120); o ancora “con questa matita da passeggio / ho una memoria da viandante…” (p. 121). E se infine la pace invocata arriva è per saldo sentimento interiore, non come un rammendo su un panno liso: “pace / anche quando manca / e punge di freddo / e mi gela la coda del foglio” (p. 125).”

Nadia Agustoni, blog «Poesia», 28 luglio 2016

“Diviso in dieci sezioni numerate, più una “zero” che contiene un solo breve testo (“fare la gallina delle cose in miniatura / come faccio io / e con tutte le parole / sparire nel calzino nero di una poesia“) che è viatico ed avvertenza, ed insieme segno di modestia: questo ultimo libro di Francesco Balsamo, rappresenta un’altra prova di scrittura raffinata, lieve, sublimata e volatile come avevo scritto di Ortografia della neve, e che tuttavia permane in chi legge con una suo leggero peso, se mi si passa l’ossimoro. Motivata con un rapporto costante con il quotidiano, con i piccoli segnali (le “cose in miniatura”) del vivere (e del morire), con la natura, questa poesia è soprattutto un confronto diuturno con la scrittura in sé, come arte e rappresentazione e come esercizio in diversi sensi spirituale, ed è davanti al foglio, sempre presente e spesso citato quanto lo fu il bianco della neve, che avviene il dialogo più importante con essa (e “con le cavallette della punteggiatura”), un appuntamento galante e innamorato, un rispecchiamento (“… perdersi di vista / con la faccia rivolta al foglio”). E certo, a proposito del foglio, serve ricordare che Francesco è un artista grafico e pittore di notevole valore, in costante tensione con i bianchi ed i neri della sua visione. Sospetto che Balsamo sia davvero uno di quei rari che si pongono davanti ad un foglio bianco disteso sul tavolo, in attesa che le parole insistenti (“le parole sbattono come porte”) si rapprendano in qualcosa di (altro ossimoro) provvisoriamente definitivo. In un punto il poeta scrive “qualsiasi cosa si scriva / lentamente la gela la carta”, quasi un rammarico di rinuncia ad altre possibili alternative, ad altri bivi attraenti a cui questo congelamento pone fine. Perché è poesia tesa in uno sguardo sul presente fluente, niente affatto cristallizzato, e che lancia segnali più che bastanti.”

Giacomo Cerrai, blog «Imperfetta Ellisse», 21 settembre 2015

“Il dettato sommesso, frastagliato di oggetti banali che non assolvono sempre al compito loro assegnato – “come fischiare dentro un bicchiere”, (p. 21) – o di luoghi comuni rinnovati dalla semplice sostituzione di un termine, sembra preconizzare la scomparsa della funzione utilitaristica della parola, come se ad agire fosse solo il riflesso che la ri-sostanzia – come un’ombra più concreta del reale: “aspetto le prime luci del tavolo”, (p. 28). L’effetto che si crea non è straniante ma accogliente perché s’installa sulla familiarità del quotidiano, minimo, certo, ma non minimalista, non tollerabile a tutti i costi, ma sfuggente.
Balsamo sembra riflettere sulla capacità che le parole possiedono di custodire quello che i giorni ci portano in sorte – “la sfortuna / (o la fortuna) / si è inoltrata a passi lunghi”, (p. 26) – senza forzare il senso in maniera reattiva ma parlando il linguaggio dell’ospitalità.”

Gianluca D’Andrea, www.gianlucadandrea.com, 29 agosto 2015

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