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Dàssea ’nare

Cossa gheto?
te ’edo scussì stranìo
no te conosso gnà pì

 

e po’ te crìavi pianèo
pa’ no fate sintire
da mi
te crìavi disendo ’e orassión
tute coee ca mi no so bon
’fa coando ca jero putèo

 

Ma so miga pì coeo
ca te ghei tirà su
no go gnà pi core de diteo
no go pì ben
da date e taso
taso senpre co ti

 

Gnà on sesto gnà on baso
ca tel fondo pì fondo
a go senpre tasesto

 

 

Ma che cos’hai? / ti vedo così strano / non ti riconosco più // quindi ti scioglievi in lacrime soffocandole / per non farti sentire / da me / piangevi e pregavi / quelle preghiere di cui non sono capace / come fossi tornato bambino // Ma non sono più quello / che sono stato / mi manca il cuore di dirtelo / non ho nulla / da darti e non parlo / mi chiudo nel mio silenzio con te // nemmeno un gesto d’affetto un bacio / perché in fin dei conti in questa vita / ho sempre taciuto

Maurizio Casagrande 2019 160 9788889615867 46 ,

L’autore

Fotogramma di Starnuto tratto da Sebek, fotofilm di Disan Danilov e Cristina Boldrin

A cura di Marco Munaro
Introduzione di Isacco Turina
con una lettera di Luigi Bressan
una poesia di Mauro Sambi
e un disegno di Virgilio Giotti

“Vorremmo definire questa raccolta il diario di una prigionia. Il poeta ha trascorso due anni a fianco della madre mortalmente malata. Riemerso alla vita, grazie anche al sostegno che ha continuato a trovare nei versi, la sua scoperta più alta consiste nel rivelarci che il culmine dell’amore – in questo caso filiale – è la prigionia. Il legame infatti diventa più inscindibile quanto più si fa ustionante. Nel momento in cui la madre inizia a bruciare, scottando sé stessa e chi le sta accanto, è allora che il poeta-figlio scopre di non potersi staccare da lei. La liberazione da questo amore che arde, tormenta e consuma, non avviene entro il testo. La sua ultima parola rimane sulla soglia: è il titolo (Dàssea ’nare, “Lasciala andare”), che va letto non come introduzione, ma come epilogo. La vicenda ha un termine nel momento in cui il poeta ne riconosce l’inevitabilità e impara ad accettarla. Questo amor fati segue il calvario, per l’autore; ma lo precede, per il lettore. A quel punto il dolore lacerante si fa destino, e il destino viene compreso come pegno e sigillo di un’individualità che ha calcato, per un certo tempo e con certe conseguenze – fra cui, non ultima, la nascita del poeta – la terra attraversando la storia. Senza Tosca non vi sarebbe stato questo tormento; e senza di esso, non vi sarebbero queste parole”.

Dalla Prefazione di Isacco Turina

“In concreto, la poesia di Dàssea ’nare dice come modalità viva, vera e palpitante del silenzio dell’anima, radicato in una storia antica, sacra, ossia non esprimibile se non come derivazione da una lingua scaturita nel grido, nel pianto, nel canto, nella musica (si vedano soprattutto gli strumenti di sofferenza e di morte tra la guerra nella storia familiare, l’esistenza stessa delle persone e le singole vicende). Il veneto di quest’opera non è parola se non «verso», ossia la sintesi, inedita e prodigiosa, del suo essere «momento» del proprio intero passato”.

Dalla Postfazione di Luigi Bressan

“Casagrande, che come si è detto è finissimo critico, parte dalla tradizione, ma compie un ulteriore salto, immette una più esplicita sensibilità, sorta col nuovo secolo. Invece di rimanere a una certa distanza dal dolore più intimo, di mimetizzarlo con le metafore, entra nella carne martoriata, nel rito dell’assunzione dei farmaci, di cui si percepiscono gli effetti devastanti sul corpo e sulla mente, non si ferma di fronte a nessuna bruttura che la malattia porta con sé. Poesia dopo poesia, assistiamo a una sorta di lamento, insistito, che giunge ai limiti della sopportazione, e da cui sgorga l’esclamazione-preghiera che dà il titolo alla raccolta.”

Marco Molinari, «la Voce di Mantova», 9 aprile 2019

“La sua pronuncia ha tratti fortemente legati alla terra, intrisi di carnalità e pregnanza fisica, ridotti al contempo a un’essenzialità minerale, stemperati da istanze che conservano qualcosa di visceralmente sacrale. In filigrana si avverte la lezione di Testori o Pasolini, la loro religiosità laica, quel loro appressarsi agli eventi più controversi con un pudore derivante dal retaggio della civiltà rurale (si consideri lo stesso «cinema di poesie pasoliniano» che riscopre, attualizzandoli, certi miti classici o alcune sequenze dell’ultimo cantore dell’epopea contadina, Ermanno Olmi).”

Pasquale Di Palmo, «Alias-il Manifesto», 21 aprile 2019

“L’ultima opera di Maurizio Casagrande offre una tremenda via crucis dentro i gironi infiniti della sofferenza: il poeta figlio assiste, assorbe, canta la madre, allo stremo delle proprie forze fisiche e psichiche, lei, forse l’amore più grande della sua vita. Per chi conosce la poesia di Maurizio Casagrande sa quanto questo canto sia così straziato nel suo intimo sangue, fino a sfibrare in una tenerezza disarmata, impotente, quasi arresa, quasi affogata e invasa dal diluvio del dolore.
Il figlio cantore furibondo attraversa la tragedia della madre, dell’origine della sua vita, la sua vita intera, stramazzando al suolo dopo aver compiuto l’ultimo gesto di cura e riconoscenza lei: colpito al cuore nel fulcro esistenziale più sacro.”

Anna Maria Farabbi, blog «Cartesensibili», 28 settembre 2019

“Tra i pochissimi intensi istanti gioiosi, e il precipitare in recessi di buio sconforto, in nuda, inerme corporeità violata, un pure esiguo potere lenitivo vive nella scrittura, nella catarsi di abitare le spine del ricordo, facendone ombra di salvezza: «e me digo ca sirà par coesto / ca se ghiimo inventà de tirare du strissi / so ‘a teracota col stio / sa parfin dio / ghea sintio ca jera ora de falo / soa piera / ai tinpi dee cavaete // scrivare pa’ no smentegare / xe soeo par coesto / ca discoro oncora de ti / sopeìo da sto mae / mare» (e io credo che sarà stato per questo / se ci siamo inventati la scrittura / incidendo con lo stilo una tavoletta / se perfino dio / aveva sentito il bisogno di imprimere un segno / sulla roccia / ai tempi delle piaghe d’Egitto // scrivere per non dimenticare / è soltanto per questo / che parlo sempre di te / avvolto nelle spire del male / madre).
Casagrande ci ha donato un cammino scalzo, in cui l’ostensa pena della madre diviene infine connubio d’anima, gemma di rinnovato amore. Nel logorio dell’ascesa materna, una trascendenza incurante lentamente s’avvicina all’uomo prostrato dal male. Trascendenza che infine sembra fondersi con il bagliore infinitamente aurorale di Tosca, anima scomparsa che diviene ora pura presenza, alta e tutelare, prossima, e mai fa mancare quel suo radiare buono, effuso lieve nell’aria della casa, in chiaro, puro sorriso”.

Isabella Bignozzi, «Filigrane», maggio 2022

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