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El paradiso brusà. L’opera in dialetto

Ze drio farse la soca secà incandìa
da la piova – osso pal can del sole –
vostra mare oncora bona da carne
par puoco romai vendù al marcà
sigando in boca in sen la carne rota
par puoco romai piova di’ so cavìji
e dì e note fintanto ch’i canai
se svena e riva ai ghebi ai gàtuli
ai curiàtuli partuto sta piova
che dura ’a senpre e la credìimo morta.

 

 

Sta maturando il ceppo seccato / candito dalla pioggia – osso per il cane del sole – / vostra madre ancora buona da carne / per poco ormai venduta al mercato / gridando in bocca in seno la carne rotta / per poco ormai pioggia dei suoi capelli / e dì e notte fintanto che i canali / si svenano e arrivano agli scavi agli scoli / ai rigagnoli dappertutto questa pioggia / che dura da sempre e la credevamo morta.

Luigi Bressan 2014 280 9788889615669 34 ,

L’autore

Foto di Arcangelo Piai

Postfazione di Maurizio Casagrande
con un disegno di Marco Bressan

“A più di cinque lustri dal suo esordio nel dialetto di Agna era quanto meno opportuno raccogliere i testi di Luigi Bressan per salvarli dalla dispersione, riunendo in uno stesso volume l’intera produzione in dialetto di un poeta che ha conosciuto il destino di un precoce sradicamento dalla terra d’origine per approdare giovanissimo al vicino Friuli, frattura solo in parte ricomposta attraverso la mediazione del dialetto nativo.”

Dalla Postfazione di Maurizio Casagrande

El paradiso brusà, libro-arpa di Luigi Bressan, libro che stupefà.”

Da una lettera di Gianfranco Maretti Tregiardini, 29 gennaio 2015

“Recentemente, ascoltando ancora una volta Bressan dire Dante mandato a mente e offerto dalla voce con meravigliosa proprietà, mi è sembrato di capire qualcosa di più del mistero della sua poesia.
È come se per un lungo, gratuito amore quelle voci lontane (i poeti delle origini nei volgari romanzi), sentite così prossime alla propria intima coscienza, fossero entrate anche nella coscienza della sua lingua d’infanzia risvegliata e d’improvviso detta in poesia.
Questo strano, prodigioso innesto fu certo favorito e reso possibile dal laboratorio inventato a Codroipo da Amedeo Giacomini con «Diverse lingue» (rivista dal titolo, non a caso, dantesco). La poesia cominciò a prendere forma quando Bressan aveva ormai superato i quarant’anni e a fiorire, con incredibile freschezza. Così, come per miracolo, il dialetto della poesia si presenta in lui come un fatto insieme antico e nascente.
È una lingua lieve, sospesa, dolcissima, che ha dentro come un tremore, un dolore che la bellezza non fa che acuire.
Assomiglia alla voce di certi uccelli accecati perché il loro canto di prigionieri dica contemporaneamente l’innocenza e lo strazio.”

Marco Munaro, in Luigi Bressan, Luja, Circolo Culturale Menocchio, Pordenone, 2015

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