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Guarda nel buio, com’è variopinto

Come sia difficile creare una poesia
lo sa soltanto chi ha scavato miniere nei deserti
per estrarre la piccola pepita d’oro del verso
e l’ha barattata subito dopo per una costoletta di maiale
quando ha intravisto all’ultimo momento il proprio viso da idiota
il mondo forgiato dal mio cranio
pieno di pulci saltellanti
almeno così me l’immagino
quando ti svesti ti intrufoli nel mio letto e sostieni di essere Šebek

Karel Šebek 2007 192 9788889615119 2 ,

L’autore

Prefazione di Pavel ReznÍcek
con una testimonianza di Eva Válková
Postfazione di Jan Neyedly
Traduzione dal ceco di Antonio Parente

Dalla sceneggiatura Starnuto, contenuta nel libro, Il Ponte del Sale ha prodotto l’omonimo fotofilm di Cristina Boldrin e Disan Danilov, con Silvia Pat e Maurizio Casagrande

“Karel Šebek non è però soltanto leggendario per essere sopravvissuto dal volo da un quarto piano, né per essersi scontrato con una locomotiva, ma soprattutto per la sua poesia nella quale «un vorticante mulinello ghermisce la bottiglia con il segreto della ragnatela illacerabile». Questa ragnatela illacerabile è la sua vita – «la poesia maledetta di un poeta maledetto», una vita angustiata, piena di angosce, di dipartimenti psichiatrici, di freddo e solitudine, della lotta di Šebek contro Šebek (al poeta alla nascita fu fatto indossare Šebek, un personaggio da lui una volta scorto dall’autobus, che gli complica di continuo la vita).”

Dalla Prefazione di Pavel Řezníček

“Naturalmente si può iniziare dai fatti di base. Amava sua madre e odiava suo padre. Suo cugino Zbyněk Havlíček, surrealista e psicoanalista, fu per lui la figura che sostituì suo padre, l’esempio irraggiungibile e l’autorità, amato e odiato da Karel. E per il fatto di odiarlo, odiava se stesso. Possiamo dire che si puniva, se il suicidio può essere considerato come punizione. Si trovava insopportabile e si vedeva come un mostro. «Ho visto chi sono e sono impazzito». ‘Si trovò’ sotto l’effetto dell’LSD, che usò durante le sedute terapeutiche.
Ma prima di diventare paziente e quasi residente fisso delle cliniche psichiatriche, aveva iniziato a lavorare come infermiere a Dobřany. Purtroppo allora ci si poteva procurare il diazepam facilmente e liberamente. Io Karel lo vedo anche come il drogato più vecchio della Repubblica ceca. Zbyněk Havlíček gli prescrisse come terapia la trascrizione di libri di surrealisti famosi. E Karel iniziò a scrivere anche dei testi suoi.
Non riusciva a vivere senza la scrittura. Lo scrivere era per lui un bisogno ancora più forte della sua dipendenza, della psicosi tossica. Invitava a scrivere insieme a lui chiunque incontrasse – «tutti sono poeti».”

Da Ricordi di Karel Šebek di Eva Válková

“Karel Šebek lo conobbi soltanto all’inizio degli anni Novanta. A quel tempo era già una leggenda vivente del surrealismo, anche se sempre e comunque maledetta. Durante la mia prima visita alla clinica psichiatrica di Dobřany, mi ritrovai di fronte un barbuto poeta cinquantenne – senza famiglia, senza soldi, senza amici a portata di mano, senza denti e senza cintura ai pantaloni (apparentemente affinché non la usasse per altri scopi) ma sempre “divino birbante”, il quale, volendomi accompagnare all’uscita e visto che non aveva il permesso per lasciare la clinica, non esitò a scavalcare il cancello laterale sormontato dal filo spinato, vale a dire – fuggire dal manicomio.”

Dalla Postfazione di Jan Nejedlý

“L’autore, nato nel 1941, è poeta e collagista e ha alle spalle una trentina di tentativi di suicidio; dal 1995 risulta scomparso. Considerato tra le maggiori presenze del Novecento, la sua vita è tra scrittura e casa di cura. Già dai titoli delle singole composizioni e delle opere si crea l’alone del maudite e contemporaneamente si respira l’aria del surrealismo francese.
Vicino a Breton per i nodi metaforici improbabili, non lontano da Péret per l’ironia bruciante, con echi di Lautréamont il Nostro costruisce di verso in verso i suoi forti e sconnessi universi deviando con energia la convenzione dei significati.
Capita così che la lettura divenga sempre un’avventura della mente: «Scrivo dei versi molto belli / nei quali mi guardo compiaciuto / come in uno specchio deforme».”

Alberto Cappi, «la Voce di Mantova», 27 dicembre 2007

“«Karel Šebek non aveva pazienza con niente e con nessuno e perdeva tutto. Non aveva pazienza nemmeno con sé stesso e alla fine perse anche quello». Così scrive Eva Válková che fu a lungo psichiatra di Šebek e che intraprese un lungo sodalizio intellettuale con l’autore ceco sfociato nella composizione di alcune poesie scritte a quattro mani. Šebek si può considerare come l’ultimo dei surrealisti, in virtù del recupero di una tecnica come quella della scrittura automatica che, usata inizialmente per fini terapeutici, gli permise di esplorare il mondo dell’inconscio attraverso una sequela di immagini grottesche e allucinate.”

Pasquale Di Palmo, «Letture», N. 645, marzo 2008

“Era nato nel 1941 («papà e mammà generarono una puzzola che non ho mai conosciuto») e n’è andato non si sa dove una mattina di aprile nel 1995 senza più fare ritorno. Dopo tredici anni si può credere che sia morto o che sia diventato un altro, che non si ricorda più di lui. Sono tornati invece i suoi versi, che hanno fatto finalmente capolino anche in Italia, grazie soprattutto a una antologia poetica pubblicata dal Ponte del Sale e splendidamente tradotta, insieme a saggi e testimonianze, da Antonio Parente, che hạ voluto finemente intitolarla Guarda nel buio, com’è variopinto.”

Sergio Garbato, «il Resto del Carlino», 22 giugno 2008

“La sua identità surrealista va cercata in quella moltiplicazione visionaria della realtà, che si schiude da se stessa in infiniti strati, assumendo spesso le sembianze di una maledizione: «dopo la morte, mi ucciderò di sicuro». Quest’oltre-realtà è anche un viaggio parallelo alla vita in una notte impregnata di occhi ed inchiostro, un buio liquido e «variopinto», la cui esplorazione in ‘tossica psicosi’ (propriamente tossica perché spesso favorita dall’assunzione di LSD) è condivisibile solo coi compagni Šebek. Il lettore è contemporaneamente attratto e sottratto dal libro. Per quanto il testo ambisca a farsi ‘mappa’, qui ogni senso di riparo è perso: le dimensioni delle cose sono deformate, le ripetizioni gratuite e assillanti, il senso scappa alla lettura scivolando di un verso sempre più velocemente di noi. Ci si direbbe rinchiusi nel paese delle meraviglie nere di Alice, incastrati in un labirinto di specchi, che non sono altro che le lenti da vista degli Šebek infinitamente riflessi.”

Silvia Pat, «Hebenon», N. 1-2, aprile/novembre 2008

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