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I begli occhi del ladro

È quasi primavera, io dipingo
già fuori sul terrazzo, tra odori
di mari lontani e queste vicine
piante di odori. La salvia la menta
il basilico e i sedani dipingo
su tele bianche con pochi colori.
Il verde perché son verdi le piante,
e bianco il bianco nulla della tela,
e il rosso dei tramonti su la vela
del cielo che apre un teatro vero
a questi miei pensieri. Io dipingo
la sera quando i tormenti più vivi
accendono il cielo e bruciano il cuore,
e all’alba quando già nulla è la vita.

Esaurito

Beppe Salvia 2004 (2019) 160 9788889615096 5

L’autore

A cura di Pasquale Di Palmo
Seconda edizione

“Quest’antologia, che esce a quasi vent’anni di distanza dalla prematura scomparsa di Beppe Salvia, si propone di presentare al pubblico, in maniera agevole e antiaccademica, l’opera più significativa di un autore di cui spesso si parla come di un punto fermo nella costellazione poetica di fine Novecento. Purtroppo da molti anni i tre libri usciti postumi non sono più disponibili e i testi che appaiono sempre più spesso in antologie dedicate alla lirica novecentesca non sempre offrono un’idea esauriente della molteplicità di voci che caratterizza il dettato stesso di Salvia. In generale si tendono a privilegiare, in ambito critico, le liriche dal taglio misurato e ineccepibile che contrassegnano le sezioni più riuscite della raccolta Cuore (cieli celesti), quelle collane di sonetti o pseudo-sonetti in cui Salvia si è cimentato, con risultati a volte indimenticabili, lungo il corso dei suoi anni più fecondi”.

Dall’Introduzione di Pasquale Di Palmo

“Non va trascurata inoltre un’altra importante dimensione della poesia di Salvia, quella che potremmo chiamare la tensione etica od ontologica alla bellezza e alla virtù nel vivere comune che il poeta di Potenza spartiva con gli amici romani (e, oggi, con Di Palmo) di lontana derivazione classica anch’essa, un classicismo però non riducibile soltanto al modello di Orazio, è, insieme, il culto dell’amicizia quale espressione di una possibile comunità di elezione. Ne fa fede, nell’antologia in oggetto, il breve racconto che chiude il volume e che ha per titolo Al sommo grado (pp. 141-147): proprio su tale terreno si viene ad innestare la riedizione delle liriche di Salvia da parte dell’Associazione Il Ponte del Sale, il terreno cioè, per usare le parole stesse della redazione, di una condivisione con gli altri del patrimonio della poesia e delle arti «in un circuito di umanità […] che allude ad una forma alta di socialità e di civiltà» (dalla nota in calce al Bollettino 2003-2004 dell’Associazione).”

Maurizio Casagrande, «Atelier», N. 35, settembre 2004

“A scrivere ho imparato dagli amici, / ma senza di loro». È una frase di Beppe Salvia, tratta dalla poesia Cuore. Versi pieni di verità, dove l’avversativa segna una distanza-vicinanza. Così continua: «Tu m’hai insegnato / a amare, ma senza di te. La vita / con il suo dolore m’insegna a vivere, / ma quasi senza vita, e a lavorare, / ma sempre senza lavoro». Beppe Salvia è uno dei maggiori poeti della fine del ‘900, una voce certa, sicura, scomparsa prematuramente. Nato a Potenza nel 1954 muore a Roma nel 1985. Da anni ormai i suoi lavori erano introvabili e la sua opera leggibile solo a sprazzi su antologie. […]
Lirica e cognitiva, la poesia di Salvia si lega a temi come le stagioni e l’amore, ma soprattutto la poesia è vissuta nella sua totalità di strumento di conoscenza di sé e del mondo. […] Un poeta di valore, di grande suggestione lirica. Imperdibile.”

Guido Conti, «ItaliaOggi», 15 ottobre 2004

“La lunga prefazione, di pugno dello stesso Di Palmo, sarà d’ora in poi per altro, per acribia e finezza di scandaglio, un punto fermo nella bibliografia critica salviana. Un invincibile sentimento d’esilio intride, come un vapore velenoso o come un vizio, la voce che ci muove incontro da queste pagine. Per Salvia, la vita è «senza» (senza amore, senza amici, senza pianto – senza vita); e – quando il timbro non si fa duro e intransigente, solenne di una sua solennità raggelata dall’«inverno dello scrivere nemico» – non sarà certo il suadente, sabiano sussurro dell’endecasillabo, né la dolce e ferrea gabbia del sonetto, a mascherare lo scandalo del vuoto (pur «celeste» – ma è un celeste ad un passo dall’«azur» mallarméano). Salvia sogna un altro mondo: leggero, volatile, sereno; lo spia, con il ritorno della primavera, dalle terrazze, fra gli odori delle piante («la salvia, la menta, / il basilico, i sedani»…) e il lontano odore di un mare immaginato – ma Serena, questo nome in cui precipita ogni slancio, continuerà a sfuggirgli. Serena è l’impossibile: perché impossibile – per lui, forse per tutti – è «l’aerea vita» sognata.”

Stefano Lecchini, «la Gazzetta di Parma», 21 ottobre 2004

“Pochi libri meritano, come questo, di essere considerati un evento: quel che ci si rivela, infatti, è una voce poetica tra le più raffinate, inventive, sorprendenti degli ultimi decenni e nello stesso tempo questa antologia documenta un lavoro in prosa almeno altrettanto limato e visionario.”

Emanuele Trevi, «il Manifesto», 24 ottobre 2004

“Ci voleva un manipolo di poeti del Veneto (Munaro, Cecchinel, Casagrande e Di Palmo stesso) – che ha varato una sigla, Il Ponte del Sale, da un antico ponte di Rovigo dove operano – per pubblicare, con elegante e ineccepibile e celestina veste grafica, I begli occhi del ladro di Beppe Salvia. L’Italia culturale di oggi, troppo spesso misera e inadeguata, non ha ancora saputo ricambiare la generosità di un così magnifico frutto poetico maturato in pochi anni, dieci per la precisione, tra la seconda metà degli Anni Settanta e la prima metà degli Ottanta. Con le sue belle poesie, quasi un vademecum, Salvia ha magnificamente raccolto l’insegnamento che Petrarca ci ha lasciato sulla scienza del cuore e quella scienza lui ha rilanciato con freschezza e sapienza. Ci volevano altri poeti per curare un altro, già grande poeta e riconosciuto autore cult delle nuove generazioni, scomparso ormai quasi venti anni fa, un sabato, il 6 aprile del 1985.”

Gabriella Sica, «la Stampa», 27 novembre 2004

“Ma sarebbe un errore identificare Salvia in una ricerca esclusiva di ‘chiarezza’: il suo percorso disegna un coerente tentativo di non cedere alla ‘facilità’ lirica, semmai di costeggiarla o addirittura di varcarla (così come altri poeti, dal Rosselli a Gatto, da Bodini a Calogero, tanto lontani tra loro, avevano fatto). Un percorso che ha tenuto Salvia lontano dalle grandi summe antologiche (la Poesia degli anni Settanta di Porta, i Poeti italiani del secondo Novecento di Cucchi e Giovanardi, etc.), e ancor più lo apparta nella lacerata geografia poetica italiana (dove il Sud sembra incapace di amare, a sollievo e a dispetto del suo male di vivere, la sua naturale bellezza con accento delicato o elegiaco).”

Salvatore Ritrovato, «clanDestino», N. 3, 2005

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