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Il cauto emblema. Poesie 1945-2000

L’amore nasce nei cantieri

 

Lo sai che lavoro a cemento
e piego il dorso, forza dell’uomo,
a portare mattoni e calce viva.
Giorno a giorno è salita la luce
a bagnare come in un brindisi
un nuovo piano di pietra e ferro,
verde scintilla una frasca,
mai l’ultima, tu lo sai.

 

L’amore ha tempra d’acciaio,
l’amore nasce nei cantieri
o nelle fabbriche, come una casa
o una lampada è riparo a ogni vento
ed ha fuoco bastante per scaldarci:
ogni mattone è un bivacco,
una sosta all’incredulità,
ogni finestra uno sguardo coraggioso
che ci invita a salire più oltre.

 

Cresce il muro come un argine
a contenere il mare di ore,
il tempo vive dentro di noi,
nella nostra pazienza operaia.

Carlo della Corte 2021 240 9791280446022 2 ,

L’autore

A cura di Pasquale Di Palmo

“Venezia, con rarissime eccezioni, appare sempre sullo sfondo come un miraggio capovolto, rischiarata dai barlumi di una vita che non c’è più, da bambini che rincorrono a perdifiato un pallone lungo il labirinto di calli e campi in cui si avventa la gibigianna di un sole impudico, cristallizzato in un plumbeo orizzonte che ricorda gli affreschi di Saetti o la dimensione metaforica di un inverno in cui si circoscrive il «farinoso paesaggio» che ossessivamente alterna trine di ghiaccio e neve nelle Cronache del gelo. […] Dopo Valeri e Noventa (e di una pletora di autori dimenticati, tra cui Facco de Lagarda e Fasolo), della Corte si può considerare il cantore di una Venezia ormai scomparsa, ma autenticamente viva nella memoria di chi rimpiange la città fantasmagorica del secondo dopoguerra, in cui l’esodo dei suoi abitanti verso la terraferma non aveva ancora assunto le dimensioni attuali.”

Dall’Introduzione di Pasquale Di Palmo

“Come condensare l’analisi di un autore così eclettico, definito dal curatore [Pasquale di Palmo] «poligrafo sui generis»? Partendo appunto da Venezia, dalla città che costituisce il fulcro creativo della sua scrittura, una sorta di incubatrice, da cui della Corte non può prescindere per sfornare parole con la sua Olivetti. Non stiamo però parlando della Venezia a uso turistico, quella delle calli suggestive e delle chiese e palazzi aristocratici. La città del nostro autore è periferica, si snoda per isole poco conosciute e per sestieri popolari, si affaccia alla terraferma. […] Permane in della Corte un’inquietudine di fondo che non si tinge di rivolta, né tanto meno può essere rubricata come posa intellettuale. Al contrario, la scelta di presentare l’«altra faccia» di Venezia, così distante dalle vedute degli artisti e dalle prosaiche cartoline, ha il significato esplicito di una dichiarazione di intenti, ci dice che il poeta sta «dalla parte del fango», come il titolo di una sua poesia, che il mare è «stupida acqua bacata / fuori da questa storia che ci trascina per mano», che siamo tutti in libera uscita «prima di un altro fulmine sull’ottimismo / di un altro morto tarlato come una briccola».”

Marco Molinari, «la Voce di Mantova», 30 giugno 2021

“Una bella collana intitolata “Maestri in ombra” mette a disposizione del “pubblico della poesia” accurate edizioni antologiche di autori da tempo fuori catalogo e talora pressoché dimenticati, autori che in anni neanche tanto lontani hanno rappresentato con la loro presenza momenti non trascurabili dell’elaborazione poetica. […] Singolare figura di poligrafo cui si devono romanzi, storie di fantascienza, fumetti, sceneggiature, e ancora giornalista, uomo di editoria, Della Corte è autore radicato nella sua Venezia, collocata al centro di una complessa storia di poesia. Pasquale Di Palmo, attento curatore della presente edizione, la ripercorre in un partecipe saggio introduttivo restituendo Della Corte al suo tessuto geografico e soprattutto letterario, di cui individua le linee evolutive, gli scarti, per interrogarsi infine sulla sua parabola esistenziale. ”

Marco Vitale, «Succedeoggi», agosto 2021

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