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Il mio nome sul vento. Poesie 1908-1976

Qui c’è sempre un poco di vento,
a tutte l’ore, di ogni stagione:
un soffio almeno, un respiro.
Qui da tanti anni sto io, ci vivo.
E giorno dopo giorno scrivo
il mio nome sul vento.

Diego Valeri 2022 304 9791280446077 3 , , ,

L’autore

A cura di Carlo Londero

“Valeri ha attraversato il Novecento poetico, all’incirca una sessantina d’anni, con un’integrità, una fermezza stilistica, una “monodia” sue proprie – e ciò non significa che in Valeri non ci siano stati scatti, scarti, evoluzioni, progressioni –, caratteristiche che lo ascrivono a quell’altro Novecento di cui ho già riferito. Valeri si assesta e trova la sua cifra stilistica all’interno del secolo a partire dal magistero di auctores quali Verlaine, Rimbaud, Guérin per i francesi; da quello di Leopardi e di Pascoli per gli italiani, filtrati da una concezione della poesia a momenti strettamente aderente all’estetica di Benedetto Croce. […] Questa antologia mira a uno scarto rispetto alle scelte autoriali delle autoantologie di Valeri e all’immagine di poeta che egli ha voluto consegnarci. Tra queste pagine sono presenti anche le poesie ‘rifiutate’, cioè quelle provenienti dai libri ‘disconosciuti’ da Valeri o da lui mai accolte entro le sue antologie. L’intento di Il mio nome sul vento è quello di rappresentare nella maniera più organica e completa il poeta Valeri, restituendo il suo fare poesia nella sua variegatura fuori dalla vulgata del canone personale.”

Dall’Introduzione di Carlo Londero

“Un discorso a parte merita il rapporto con Venezia che ha bisogno di puntellarsi su una tavolozza cromatica le cui combinazioni risultano elusive, esclusive: gli approdi estremi costituiscono il tentativo di ridurre ulteriormente la poetica degli elementi naturali, costringendo l’ampio spettro dei colori entro il pedale di un’insistita variazione su tonalità soffuse, delicate di acquerello, con preferenza accordata all’azzurro mallarmeano. […]
Si sente che Venezia è sempre lì, sospesa nel labirintico affiorare delle immagini ricorrenti, tanto più presente quanto più paradossalmente accantonata. Valeri non ha più bisogno di descriverla, di nominarla, in quanto riesce miracolosamente a restituirci la sua aura con lo schizzo di un interno attraversato da una lama di luce, di qualche passero saltellante sotto ai suoi balconi con l’irriverenza di un essere minuscolo che si accontenta di un’esistenza anonima, delimitata dal frullo abbozzato di un volo entro i chiaroscuri di una calle martoriata dal vento.”

Pasquale Di Palmo, «Alias-il Manifesto», 8 maggio 2022

“In ogni poesia di Valeri si trova un io poetico che prima e al di là di tutto riconosce di essere al cospetto della realtà e più in genere della vita (il che talvolta significa anche in presenza della morte). La natura, la città (la sua Padova, la sua Venezia; il suo paese natale, va ricordato, è però Piove di Sacco), gli elementi atmosferici, le immagini del mondo e delle sue creature – in fondo è tutto qui, come in tante piccole folgorazioni. Non gli interessa altro che cantare e celebrare il riconoscimento di questa relazione basica, iniziale, tra sé stesso e il mondo. […] C’è l’incresparsi, il trascolorare delle cose e degli stati d’animo nel tempo (sua parola elettiva: «le immagini del tempo fuggitive») ma il quadro proprio come il discorso poetico non si strappa mai, come se la poesia fosse il dono di questa relazione fondamentale e il poeta non volesse andare oltre, scavalcare la sacertà di ciò che immediatamente è e appare. È, la sua, una sorta di quintessenziale e irrinunciabile situazione poetica.
Alcuni suoi contemporanei sono certo più complessi di Valeri, ma leggendo i suoi versi sembra di comprendere come con pochissimi altri accade, che cosa sia la poesia, e soprattutto perché c’è.”

Roberto Galaverni, «La Lettura-Corriere della Sera», 22 maggio 2022

“La grande editoria spesso dimentica i grandi. Ed è un male, per sé stessa e per i lettori. Diego Valeri, poeta nato a Piove di Sacco nel 1887 e vissuto a Venezia, ha subìto negli ultimi anni un ingiusto accantonamento a cui prova a porre rimedio l’impavida casa editrice Il Ponte del Sale, pubblicando una significativa antologia che ne ripercorre il cammino, mutuandone il titolo da un verso di una sua poesia: Il mio nome sul vento. […] La poesia di Valeri è attraversata da una lieve grazia, una parola che è, come suggerisce lo stesso poeta nel verso di apertura alla poesia dal titolo Parole, «un fresco sussurrar d’acque correnti». Talvolta si ha l’impressione che il verso resti in superficie in un’assorta contemplazione naturalistica, in un meditato incantamento che getta il lettore nel cuore del paesaggio inglobandolo felicemente. Eppure, sempre puntando l’attenzione al testo in questione, non è su questa soglia che il poeta intende trattenerci. La descrizione non è il raggio d’azione entro cui nasce e muore il verso. E lo chiarisce alla fine quando conclude scrivendo: «E parole io scrivo e scrivo… / Per dir cosa di cui null’altro so / se non questo: che dire non si può». E cos’è la poesia se non l’indicibile dell’umano?”

Francesco Iannone, «il Foglio», 13 luglio 2022

“Allora questa poesia di vedutista che rifiuta le armature intellettuali del ’900 – questa poesia melica, leggera e verlainiana, dorata da una patina arcaicizzante – diventa nella sua fisicità quasi metafisica, e ricorda quei versi orientali che sembrano davvero scritti nel vento o sull’acqua. L’Effimero e l’Eterno arrivano a coincidere in un cosmo in cui l’io non è che una microscopica crepa. A forza di levigarsi, la lode valeriana della «umana bellezza del mondo, / carne di luce promessa alla morte» prende un aspetto vertiginosamente antiumanistico.”

Matteo Marchesini, «il Foglio», 26 ottobre 2022

“Concludendo, ho ancora tre appunti che mi stanno a cuore. Il primo riguarda il peculiare ‘umanesimo’ di Valeri. Tutt’altro che antiumanistico, a mio parere, esso ci riporta all’originario umanesimo, piantato dalla filosofia rinascimentale (da Pomponazzi a Telesio), che inserisce l’uomo in una scala dell’essere che solleva lo sguardo dall’elemento minerale al divino, com’è vero che tutto è in tutto, ed esalta il momento dell’appercezione e dell’impressione, intese non nella loro ingenua immediatezza, ma nella loro apertura al mondo, e a tutti i suoi mattini, giorno per giorno.
In secondo luogo, l’a-soggettivismo della poesia di Valeri di fronte all’evidenza delle ‘cose’ è stupefacente e non di rado sgomentante. Beninteso, Valeri non è un poeta dell’lo, anzi non gli assegna neanche un compito conoscitivo, semmai solo esplorativo e ammirativo. Pur rimuovendo ogni punto di vista soggettivistico, il poeta non si inabissa, diventa descrittore dello spettacolo del mondo; ragion per cui centrale è la sua presenza, come quella di un regista che gira e monta una sequenza nella quale egli si riduce a operatore-fantasma, occhio intento ma discreto.
Infine, decisivo mi pare il sentimento del ‘tempo’, che si esalta a contatto (o meglio in attrito) con il mondo sempre rinascente dalle proprie ceneri e dalle molte notti in cui affondano i sogni degl’uomini e si traduce in un conflittuale rispetto colla ineludibilità della vecchiaia e della morte.”

Salvatore Ritrovato in L’anello critico 2022. Annuario della poesia italiana contemporanea, a cura di Gianfranco Lauretano, CartaCanta editore, Forlì, 2023

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