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In âgris rimis. Tutte le poesie friulane (1975-1997)

Epigram

 

… E cumò ’i tu sês nuje,
nance la to fuarse
ch’ ’a ti faseve onipotênt:
un púin di ciavêi grîs,
i dîncj ch’a’ ti còlin tal sun
– un nlastiâ di muars –
un fâ fadíe ance a cianzinâ…
Tu âs butât la to vite
come i deis frâncs
che to mâri ’a ti dave di fieste, pacàntiti,
gri, zupet, siale ch’a’ ciante
dome une stagion…
Tu âs gioldût l’estât tai tiêi vues:
cumò zulugne, cumò nuje,
un unviâr sense speranse, sense padin…

 

 

Epigramma
… E adesso sei niente, / neanche la tua forza / che ti faceva onnipotente: / un pugno di capelli grigi, / i denti che ti cascano nel sogno / – un masticare da morti – / un far fatica anche a camminare… / Hai gettato la tua vita / come le dieci lire / che tua madre ti dava la festa, bastonandoti, / grillo, cavalletta, cicala che canta / una sola stagione… / Hai goduto l’estate nelle tue ossa: / adesso brina, adesso nulla, / un inverno senza speranza, senza riposo…

Amedeo Giacomini 2016 388 9788889615843 39 ,

L’autore

Foto di Franco Tanel

Introduzione di Stefano Strazzabosco
Postfazione di Gian Mario Villalta
Notizia biografica a cura di Matteo Vercesi
Bibliografia a cura di Lisa Gasparotto

“Già la prima raccolta poetica di Giacomini, La vita artificiale (in italiano; 1968) metteva a fuoco la medesima dicotomia: da un lato i sensi e gli impulsi, le «spine», la natura, l’esistenza hic et nunc, senza troppe mediazioni; dall’altro, appunto, la scrittura, la vita artificiale dei «fogli», l’italiano appreso e vissuto come un tradimento, la cultura «alta», il ruolo della madre-norma (zanzottiana): una sorta di sovrastruttura che tende a soffocare quel sostrato primigenio e fertile, quell’incessante vibrazione dell’essere, peraltro impervia quanto o più della scrittura. Ma Giacomini non è semplicemente un poeta che oppone natura a cultura, lingua imposta o acquisita a idioma naturale o del vero: c’è dell’altro, e le cose si fanno più interessanti. Per esempio: fin dalle prime prove poetiche in italiano (La vita artificiale, 1968; Incostanza di Narciso, 1973), e ancor più nei libri d’esordio in friulano (Tiare pesante, 1976; Vâr, 1978) sono evidenti altri due tratti tipici: il primo, un’abnorme presenza dell’Io, della voce che parla in prima persona, che si lamenta, si definisce, recalcitra, protesta, urla, si mortifica; il secondo, l’altrettanto ingombrante presenza di un Dio percepito come assente o intangibile, ma che si chiama in causa, si provoca, si cita, si prega, si bestemmia. Fermiamoci, per ora, solo al primo aspetto. […] Ma la poesia friulana di Giacomini è anche, o soprattutto, un canto ininterrotto alla sua terra, nel susseguirsi dei tempi e delle stagioni; a quel suo cosmo di fiumi, fontanili, rogge, risorgive, paludi, campi arati, boschi, terre incolte che nessun altro ha saputo descrivere con la medesima esattezza poetica, e insieme con lo struggimento di un addio definitivo.”

Dall’Introduzione di Stefano Strazzabosco

“«In agris rimis», dunque. Giacomini aveva senz’altro presente Dante, quando all’inizio del XXXII canto dell’Inferno parla della necessità di «rime aspre e chiocce» per affrontare in modo adeguato una materia buia e ostile come quella del «tristo buco» infernale. Con la sua continua marcatura espressiva, si può dire che anche Giacomini in fondo abbia creduto nella reciproca convenienza tra la scelta del dialetto come lingua della poesia, e tanto più di un dialetto tellurico, forte, anche gergale, qual è il suo furlan bastard («friulano bastardo»), e la durezza, l’oscurità della propria materia.”

Roberto Galaverni, «La Lettura-Corriere della Sera», 18 settembre 2016

“Mi piace avviare queste poche riflessioni sul bellissimo volume edito dal Ponte del Sale – che vede la luce a dieci anni dalla morte di Amedeo Giacomini (1939-2006) – partendo da La me cjase (La mia casa), dedicata all’artista giapponese Hidetoshi Nagasawa, perché mi pare che racchiuda in sé l’essenza stessa della vita e della poesia di Giacomini, e sia la sintesi folgorante di chi, arrivato alla fine del viaggio, si volge indietro a contemplare per l’ultima volta gli oggetti che ha amato, i luoghi in cui è vissuto, la luna nel cielo, un usignolo.”

Anna De Simone, blog «Poeti del Parco», 12 settembre 2016

“In questa chiave, tuttavia, come Turoldo per primo aveva intuito, Giacomini mostra da una parte di essere radicato fino in fondo alla storia del suo Friuli e allo stesso tempo di ambire ad una visione prospettica molto più ampia, al punto che proprio Turoldo poteva parlare di lui nei termini di un poeta senza tempo (e quindi, di ogni tempo!) particolarmente vicino alla sensibilità tormentata e intrisa di carnalità, dei grandi russi. Ed era sempre il geniale frate servita, nella medesima sede, a cogliere con finezza quel conflitto che incarna, viceversa, l’essenza umana e poetica più profonda di Giacomini, ovvero l’essere ad un tempo, e nella maniera più radicale possibile, pagano e cristiano, materializzando a questo modo nella propria persona la quintessenza dell’homo religiosus.”

Maurizio Casagrande, «L’Escalina», A. V, N. 2, ottobre 2016

“Nutrita di una cultura internazionale antica e moderna, la sua poesia è radicata nel contempo nella sua terra e nel disagio storico ed esistenziale della fine del millennio in questo confine d’Italia. Una poesia in prima persona, che unisce ai conflitti e alle scissioni personali, anche attraverso personaggi e ‘maschere’, una non adesione all’omologazione dei valori correnti e una visione disillusa del vivere.”

Amedeo Anelli, «Il Cittadino», 12 gennaio 2017

“Questa poesia [Cocâj, Gabbiani] è giocata sul gioco alterno, in posizione di quasi rima, fra la vocale aperta ‘A’ e il suono acuto della ‘I’. Da una parte ci sono le lontananze, i temporali, i fondali, il mare, le stesse ali dei grandi uccelli marini; dall’altra i loro occhi dolenti («dulints»), i loro agitati giorni («dì») e soprattutto gli stridi («strît») che trafiggono l’aria e sembrano essere un simbolo totale della loro esistenza («tutto nel loro vivere è strido»). Ecco allora rappresentata sonoramente la natura dei gabbiani, esseri maestosi e maligni, disadattati perché abitatori dei margini fra terra e mare, nei cui occhi si perdono – come tra i flutti – i laboriosi traffici umani. In questa ennesima ma splendida rilettura dell’Albatros di Baudelaire, Giacomini proietta delle qualità sentimentali sulla intransitiva alterità dell’animale, come ad esempio le «memorie di morte» o le «lacrime fredde della solitudine»; ma il miracolo è che tutto resta in equilibrio, l’Io del poeta non tiranneggia e distorce il suo oggetto, ma lo restituisce più forte e affascinante. L’ultimo verso istituisce il parallelo fra i due: ma chi fra loro sa imparare «dalle conchiglie svuotate», chi è trascinato dalla fame o inghiottito dalla notte?”

Paolo Febbraro, «il Sole 24 Ore», 29 gennaio 2017

“La poesia in dialetto friulano di Amedeo Giacomini è un’esperienza che cattura e scuote così forte da non consentire di restare indifferenti; è fatta di fango e sangue, ringhio e bestemmia, ma anche di una raffinata e sottile cultura letteraria. Vi si trova il richiamo al sapore aspro della terra, alla sofferenza nel lavoro dei campi, all’alienazione delle fabbriche; c’è attrazione per la vita sprecata dei bìntars (vagabondi) e ruvido disprezzo per le falsità borghesi.”

Luigi Beneduci, «Poesia», N. 324, marzo 2017

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