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L’albero della tribù

Ora che sono più morta della mia infanzia
nessuno può tapparmi la bocca.
Io sono Tania
colei che sognò il miele dei campi
all’ombra degli olmi.
Tania la guerrigliera.
Quando rammento il mio nome
in questo buio silenzio che mi circonda
rimonta il desiderio di bere la luce del giorno
con i miei occhi chiari.
Sono morta ma non me ne andrò dal mondo
perché anche nel profondo della terra
riposa la giustizia.
Sono bella, e anche il mio amante è bello.
Vediamo che cosa esce da questo folle amore.
Nel profondo della terra partorirò i miei figli.

Jesùs Urzagasti 2012 216 9788889615430 9 ,

L’autore

Prefazione di Jesús Urzagasti
Traduzioni e cura di Claudio Cinti e Silvia Raccampo
Postfazione di Juan Carlos Ramiro Quiroga
Testo spagnolo a fronte
“Immagino ogni linguaggio potente come un fiume che scorre entro meandri indimenticabili, e che pertanto il linguaggio diretto appartenga a un’epoca impoverita, che crede nell’uso dell’«io» quale requisito dell’autobiografia, o che esso sia una semplice debolezza dell’uomo privo di senso comunitario. Penso insomma che certe cose richiedano il respiro della prima persona, mentre altre reclamano una velocità distinta, ma non per questo estranea agli ingegni della fantasia. E un giorno dissi a me stesso: – Qualcuno, agli antipodi; per poterti conoscere attende che tu faccia ciò che devi fare. – Fu così che appresi ad attendere che qualcuno facesse ciò che doveva fare: per poterlo conoscere. […] Per il lettore di poesia vi sarà sempre molto mistero nel fatto che qualcuno scriva. Ed è bene che sia così, perché nemmeno il poeta ha mai decifrato i motivi profondi che lo spingono a incamminarsi lungo quelle sponde su cui le impronte del viandante si cancellano nell’attimo in cui diventano parole. Il lettore di poesia, allenato o incauto, non fa che imbattersi in luminose architetture verbali, in testi ermetici, in paesaggi appena usciti dallo sguardo di un defunto, in vegetazioni di tempi remoti, in tane che conservano l’odore della solitudine dei nostri antenati.”

Dalla Prefazione di Jesús Urzagasti

“Che altri festeggino pure di aver trovato nel Chaco giacimenti di petrolio e di gas; noi, semplici lettori, possiamo essere felici di aver incontrato nella poesia di Urzagasti quell’acqua, quell’essenza vitale che venne cercata invano dal sottufficiale boliviano Miguel Navajas mentre scavava quel pozzo asciutto che dà origine, non solo alla letteratura della guerra del Chaco, ma anche alla coscienza nazionale della Bolivia.”

Dalla Postfazione di Juan Carlos Ramiro Quiroga

“La presente edizione di Árbol de la tribu si basa sul manoscritto originale fornitoci dall’Autore e differisce dalla prima edizione boliviana pubblicata a La Paz nel 2004 per Plural Editores. Si tratta di un libro identico nel contesto del gioco delle sue differenze; laddove il primo termine si riferisce all’unità dell’opera di una vita, mentre il secondo al costante esercizio delle sue varianti, anch’esse il prodotto di una vita. Può ben dirsi che la sua stesura rappresenti i primi cinquant’anni della poesia di Jesús Urzagasti, il quale ci riferisce che la prima lirica da lui pubblicata, la “Alabanza N° 2 al Gran Chaco”, fu scritta il 15 aprile 1961 […].”

Dalla Nota dei traduttori di Claudio Cinti e Silvia Raccampo

“Jesús Urzagasti è giunto dal fiume, proprio quando i grandi pioppi avevano cominciato a stormire posseduti da una lieve brezza. E al vento il poeta ha dedicato un lungo e appassionato omaggio, che ha tirato in ballo altri nomi, lasciando poi che le letture bilingui dei suoi versi si combinassero con le sei Metamorfosi da Ovidio di Britten per oboe solo (splendidamente eseguite da Marco Schiavon), secondo la scansione di un percorso alto in cui mito e natura diventano perdita e smarrimento, ma anche riscoperta.”

Sergio Garbato, «il Resto del Carlino», 19 giugno 2012

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