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La Turbie ed altri confini

Ans ra front
a i o sagn d’Rembò
fanciuttèn rutt c’u s’po pì
gisc-tè. In vos rutt resc-ta
in vos rutt e mi a i o d’long
disset ogn, disset limèn
c’m’ fan cer sutta u su d’mzedì
e ra saira, ib riva a re me
souliers blessés.

 

 

Sulla fronte / ho il segno di Rimbaud / ragazzino rotto che non si può più / aggiustare. Un vaso rotto rimane / un vaso rotto ed io ho sempre / diciassette anni, diciassette lumini / che mi fanno chiaro sotto il sole di mezzogiorno / e la sera, in riva alle mie / scarpe ferite.

Gianni Priano 2004 96 9788890131578 4 ,

L’autore

Foto di Arcangelo Piai

“Priano […] mescola italiano e dialetto con gran forza espressiva e alle parole conferisce concretezza terragna per recuperare il nocciolo dell’identità e una storia che sfocia nella difficile immagine dei nostri giorni, che richiedono il paradosso e l’epigramma, la rima, l’invettiva e il compianto al modo di Villon. Il poeta è allora «un ragazzino rotto che non si può più aggiustare» («fanciuttèn rutt c’u s’po pì giscté»). Ma le parole finiscono per levitare proprio nel segno di Rimbaud e nelle sue «scarpe ferite».”

Sergio Garbato, «il Resto del Carlino», 28 luglio 2004

“Il nuovo, irregolare libro di Gianni Priano esce con titolo La Turbie e altri confini, per le edizioni Il Ponte del Sale di Rovigo. Già, l’irregolare Priano – non me ne vorrà, se così appare agli occhi di chi scrive, questo poeta ligure, nato nel 1962 –, un irregolare, seduto (un’occhiata alla pagina della cronaca di Levante del Secolo XIX e un’altra all’immancabile copia bisunta dell’ennesimo Dostoevskij) sul bagnasciuga di Voltri, con i figlioletti che gli ballano intorno, o perso fra le vie del quartiere Sant’Anna di Rapallo, appena fuori dall’autostrada, dove l’aria del mare arriva a fatica e vaga anche il fantasma di Bianciardi, come lui irregolare e tormentato. Noi Varesotti, infatti, le nostre vacanze le facciamo dove questi benemaledetti liguri veraci e d’importazione si fanno tribolare e stritolare dalla vita, fra mare e dirupi.”

Riccardo Ielmini, «Atelier», N. 35, settembre 2004

“Gianni Priano ha un dono: riesce a comunicare contemporaneamente immagine e senso, senza dare l’idea di farlo in modo univoco. La lettura dei suoi versi è una continua sorpresa per lo stile, camaleontico e riconoscibile insieme, che ogni tanto si può anche concedere l’utilizzo di termini desueti o ‘volgari’ con perfetta intonazione.”

Fabio Simonelli, «Poesia», N. 186, settembre 2004

“Priano approda con questa nuova raccolta alla sua prova più sofferta e significativa. La Turbie, piccola località nel principato di Monaco che segnava il confine all’inizio del Novecento, è una metaforica “terra di nessuno” dove viene relegata una delle tante figure eccentriche e combattive che popolano le pagine di questo libro”.

Pasquale Di Palmo, «Letture», N. 610, ottobre 2004

“È la vena più genuina di Priano, quella politica appunto: nelle opere precedenti affiorava qua e là; ora è una voce che non necessita di altri supporti, che s’impone da sola e che non ‘disturba’ affatto, una vena che sanguina come è confermato dai riferimenti interni, nemmeno tanto cifrati, ai drammi del presente con lo stesso piglio provocatorio che era di Pasolini, quello, per intenderci, de II PCI ai giovani: «lo sono il Dio degli ultimi, dei carabinieri / che uccidono un ragazzo, zelota, occhi fieri» (Se fossi nato oggi, se fossi nato ieri, p. 52; ma si consideri anche la data collocata in esergo alla lirica Coprite di baci il mio sangue, p. 51: «genova luglio 2001»). Il confino, dunque, ma anche gli «altri confini», tutti quelli che un uomo attraversa nel corso della propria esistenza dall’infanzia alla maturità, dalla fede alla perdita di sé e di dio (unica garanzia per quanti aspirino davvero a ritrovarlo in sé stessi), dal bene al male attraverso tutti i gradi intermedi, dalla promessa del regno alla cruda realtà della storia e del sangue.”

Maurizio Casagrande, «La clessidra», N. 2, 2004.

“Le poesie dedicate a Gino Folli, nella loro sequenza quasi di litania, ritornano ancora una volta al tema centrale: la bugia di un padre, o la sua durezza spropositata, nel chiederci una purezza, una coerenza che egli non ha mostrato; il senso di colpa del figlio che non si sente all’altezza, che non potrà competere con la sua saggezza o la sua ferocia, ma solo rifugiarsi nelle zone scure del mondo: “Dio di malaffare non di poesia civile / non toga, non onore ma fegato e bile / capace di dolcezza per l’accaparratore / di furia, di fuoco per l’egregio signore” (p. 52). In queste bellissime quartine regna l’invettiva unita al pianto che è richiesta, come in tutti gli atti di amore, del perdono che ci rende liberi.”

Sebastiano Aglieco, «Tratti», N. 72, estate 2006

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