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L’accanito cuore amora

Nel vestibolo del cuore
s’alza una casa vecchia
che il padre chiudeva a chiave ogni notte.
Il cortile con felci
amate dalla madre, il carbone
di polente ripetute, la sua luce
contro l’oscurità di pentole,
il cielo crollato.
Chi romperà quella rete?
Dov’è diretta?
Chi l’ha tessuta, che fili

 

hanno usato che tengono ancora?
Il suo abisso più profondo è il più alto.
Non rompere i suoi messaggi con
coltelli peggiori della morte.

Esaurito

Juan Gelman 2014 308 9788889615577 12 ,

L’autore

Foto di José Ramón Vega

A cura di Stefano Strazzabosco
Testo spagnolo a fronte
“La forza più estrema della parola di Juan nasce dall’essersi allontanato dalla superficie del dolore e della collera per affondare nelle sue radici, in quella zona vitale e mentale da cui la riflessione e l’azione possono ricominciare con un’efficacia che altre volte non hanno avuto in mezzo al rumore e al furore. Trasformare in positività l’abominevole somma dell’obbrobrio e della disgrazia: sì, ci sono ancora alchimie possibili quando si è padroni del luogo e della formula, come lo sono oggi le poesie di Juan.”

Julio Cortázar, 1981

L’accanito cuore amora è un libro di poesia verticale: già nel titolo l’uso del gelmanismo (così sono chiamati i neologismi di Gelman; e viene in mente Dante) ‘amorare’ inizia la salita, e procedendo il cammino si fa sempre più ripido: giochi di parole, neologismi, infrazioni alle norme grammaticali e alla logica, fili spezzati ovunque, asprezze, oscurità rotta da improvvisi lampi e scintille; un libro verticale che procura vertigini, un ganglio di parole attorcigliate intorno a un asse di luoghi e di tempi vorticanti e dolenti, in cui memoria, storia, assenza, vita, morte, affetti, speranza, impegno, ironia, disincanto, indignazione, poesia trovano un luogo in cui incontrarsi. […] 
Ci sono molti silenzi in questo libro, e in tutta la poesia di Gelman. Non reticenze, ma silenzi di parole impossibili a dirsi […]: la parola è il sepolcro dell’essere, come il sepolcro incapsula le spoglie del vivere, è il luogo in cui può darsi quella celeste «corrispondenza d’amorosi sensi» sulla quale, foscolianamente, si fonda la speranza di una memoria condivisa. Ma la parola resta un misero residuo, tace più di quanto riesca a dire, è un lento aggiramento dell’essenza del mondo, che rimane indicibile. […]
A partire da questa perdita, speculare a quella dei suoi cari, si snoda la poesia di Gelman; e in questo libro assomiglia a un addio e a un congedo, nell’appello memoriale che recupera frammenti di vissuto e li proietta nel futuro, in quella lingua calcinata e in bilico, nell’insistenza su quell’ubi sunt che ricorre più volte, nelle dediche agli amici e soprattutto a Mara, la sua amata compagna […].”

Dalla Prefazione di Stefano Strazzabosco

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