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Le voci di Bardiaga

Esangue immobile carezza,
sguardo lunare,
colmavi il flusso
interminabile dei prati
e con labbra di fragola selvosa
alitava il vento per lumeggianti
fessure di fienili
su legno e sogni
prima che ammutolito terrore
vorticasse da cava
buia disseminazione
su all’alba timida dei boschi.

Luciano Cecchinel 2008 64 9788889615317 13

L’autore

Foto di Arcangelo Piai

“Avverto la necessità di questa nota innanzi tutto perché temo che la composizione, per certi suoi aspetti necessariamente sfumati o ermetici, possa essere strumentalmente rivolta contro la Resistenza, lotta armata che fra poche altre considero giusta quanto inevitabile nella storia del nostro paese. […] In prospettiva poi, se non di autodifesa, di autogiustificazione, penso di dover dire delle motivazioni che mi hanno portato a cimentarmi con una materia così lugubre e lubrica: ci furono certo, innanzi tutto, lo shock immediato che la macabra scoperta aveva provocato e il senso di contaminazione che investì la rappresentazione bucolica del mondo della montagna che, pur tra tante fatiche e sudori, in me sopravviveva: l’afflato lirico – o al più elegiaco – si sdilinquivano a quel punto spettralmente, tanto più che ogni sguardo, anche non mirato o nello stesso slavato chiaro di luna, all’altra parte del crinale, imponeva il vuoto arboreo sotto cui sprofondava l’orrido mistero; e ci fu quindi l’ineludibile lavorìo della mente che andava figurandosi la morte terribile di quelle persone, che finii per sentire nella solitaria lentezza dei giorni della montagna come contigue al lavoro e al sonno, e la cui fine a lungo rincorsi attraverso un incontro di cose e storie, con l’assillante interrogativo di come si possano determinare dei così tragici destini.”

Dalla nota Ad Autogiustificazione di Luciano Cecchinel

“Dalla lettura delle Voci di Bardiaga si esce con l’inquieta impressione di aver attraversato una voragine di natura e storia, tra il freddo della paura e il tepore muto del sole; col senso vivo dell’accelerazione casuale e violenta che la storia può imprimere, in certi frangenti caotici (come fu quello del 1943-’45), ai destini individuali. Ciò che più vibra in fondo a questa poesia, e la libera da ogni vischio ideologico, rendendola grande, è la nuda pietà di cui è intessuta ogni parola: la luce è luce anche di sangue.”

Matteo Giancotti, «Corriere del Veneto», 24 ottobre 2008

“In una primavera degli anni ’60 alcuni giovani, cui erano giunte voci di armi nascoste sui loro monti dai partigiani, si inoltrarono in una spelonca del versante di Bardiaga, sulle Prealpi che guardano il lago di Revine. Avevano alle spalle selve e prati che in colori e profumi si convertivano alla nuova stagione quando alla luce della loro torcia elettrica apparvero dei resti umani. Memorie di anziani e dicerie locali commentarono variamente la scoperta macabra, che si è impressa nella mente di Luciano Cecchinel, poeta di quelle terre e gli ha dettato infine, dopo una lunga immersione in un mistero maligno racchiuso nel paesaggio a lui più familiare il poemetto doloroso e ispirato Le voci di Bardiaga.”

Rolando Damiani, «il Gazzettino», 7 novembre 2008

“La parola di Cecchinel si carica ancora una volta di una profonda e tragica valenza etica, tesa a gettare luce sul passato del nostro Paese, al fine di inseguire le tracce del destino che ci accomuna oltre ogni divisione.”

Matteo Vercesi, «Humanitas», N. 64, aprile-maggio 2009

“Qual è il compito di queste parole? O meglio che cosa capita a queste parole sentendo questo compito? Si storcono, si fanno ossa, pietre scheggiate, suono di frasche smosse nel bosco, ritmi di una specie di cantilena maligna; ombre, scuro. Cosa può ancora salvare la poesia? Il ricordo? Ma di questo si è fatto carico la Storia con le sue indagini, la sua logica. La pietà? Forse. Ma questa è la richiesta agli uomini tutti, alla razza, non solo ai poeti.
No, la parola riceve da questi morti il compito di affinarsi, di approfondirsi, di attraversarsi, di diventare ‘sublime’, ‘alta’, di non imitare la morte. Così noi leggiamo e mentre ascoltiamo queste voci, ci sembra che esse parlino dei resti; da ciò che sono diventati, dal loro essere cose ormai senza storia che non hanno più il diritto di vivere e che non possiamo consolare.”

Sebastiano Aglieco, blog «Land Magazine», 21 maggio 2009

“Resta il «flusso» inenarrabile dei «prati», fradicio di sangue e di terrore, a mormorare ciò che la Storia non dice: cioè il «pensiero», conquistato dall’io lirico di queste Voci, «che altro poteva, potrebbe essere», sotto il cielo di Bardiaga.”

Francesco Carbognin, in AA. VV., La parola scoscesa. Poesia e paesaggi di Luciano Cecchinel, a cura di Alessandro Scarsella, Marsilio, Venezia, 2012

“Dagli oggetti rinvenuti accanto alle ossa si evinceva che si trattava di tedeschi e di italiani, quindi di nazisti, fascisti e collaborazionisti sommariamente processati e poi uccisi da partigiani, molto probabilmente con bombe a mano lanciate dall’alto verso l’interno. È quindi l’altra faccia della medaglia della Resistenza che ci presenta Cecchinel in poesia per un dovere etico. Tutto il senso bucolico della montagna, in cui egli era solito fare delle ascensioni percepite come un pellegrinaggio, un percorso sacro, una vera e propria ecclesia, si era impregnato di morte e decomposizione, rimanendo contaminato per sempre. […] I condannati sono còlti nel loro sguardo estremo rivolto all’ammaliante bellezza della Natura, che però diventerà complice della loro scomparsa (anche memoriale), poiché l’accesso alla spelonca verrà coperto da «cespi di mirtilli e rose», da «beffardi rovi».”

Laura Toppan, «Finnegans», N. 26, dicembre 2020

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