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Lettere all’Innamorata

Fin dove scriverti? Fino al sonno? Fino ai gira-
soli?
Vieni.
Dietro il lavoro c’è una siepe. E una morte. Di
bimbo.
Non ti rinchiuderò in cucina dove le nostre mani
non sono che grigie attrattive, il gioco di colui che
risulterà più assente.
Dove vuoi andare malgrado la casa inevitabile?
La sua insistenza a guardarci?
Restare là non fa né dentro né fuori.
Ma ci sono i bambini, hai ragione. Uno piccolo,
uno grande.
Adesso so fin dove scriverti.
Con loro.

Thierry Metz 2022 180 9791280446152 21 ,

L’autore

Cura e traduzione di Pasquale Di Palmo
Testo francese a fronte

“La poesia di Metz si risolve nel giro di una manciata di parole tese non ad assecondare qualche teorema di ascendenza letteraria ma a rispondere all’esigenza innata di parlare della vita quotidiana, di interrogarsi su di essa con le poche energie che l’autore ha a disposizione dopo una giornata spesa misurandosi con un lavoro ottuso. Questo lavoro contrasta visibilmente con la sua reale vocazione, anche se, al tempo stesso, la connota prepotentemente: Metz era un manovale che trovava solo di sera, tra le pareti rassicuranti della sua casa, la serenità atta a strappargli quel pugno di annotazioni in cui non è possibile non riscontrare un’autenticità che ha ben poche analogie con gli specimina letterari succedutisi tra gli anni Ottanta e Novanta. […] Cédric Le Penven osserva che la scrittura di Metz «sembra sempre sul punto di rompersi, emerge appena dal silenzio e aspira a ritornarci, non importa quando». Verbo ridotto all’osso dunque, privo di qualsiasi orpello, riconoscibile per una valenza etica che si rapporta alle cose in maniera onesta e severa. Sarà proprio il sigillo della spontaneità a contrassegnare i versi di Metz che trovano diverse analogie con il logos celaniano (ma anche con quello, più recondito, di Char o Saint-John Perse), in una sorta di alternanza tra immagini criptiche, allusive, ed esigenza di mendicare «una parola chiara», sbilanciata a rendere il senso di adesione agli eventi naturali. Luce, alberi, foglie, uccelli, stagioni, angeli sono termini che ricorrono ossessivamente, quasi a formare, sic et simpliciter, un carosello di immagini innocenti, puerili, tese a contrastare «lo stridere della tua voce petrosa». […] Michel Rouan parlerà a proposito di questa raccolta di una «lettera d’amore […] indirizzata piuttosto all’amore che a qualcuno, come se si trattasse di un ultimo appello». […] È significativo che le Lettres à la Bien-aimée si propongano come uno dei pochi momenti nell’opera di Metz in cui la riflessione sull’esistenza non venga stravolta dagli uncini di una disperazione sempre incombente.”

Dalla Postfazione di Pasquale Di Palmo

“Ci troviamo di fronte a un autore il cui dato biografico, senza scadere però nell’errore di un prevedibile biografismo, è inestricabilmente incorporato alla parola. È lo scheletro stesso dei versi, ciò che fa camminare il canto. I testi contenuti in questo libro non sono, da un punto di vista formale, poesie dal rigido schema metrico. L’autore sembra aver voluto dissolvere la linea che marca lo spazio della partitura a favore di ariose circonvoluzioni in prosa. Sedate violazioni del verso che trasformano la stanza in edificio. E l’edificio a cui, pietra dopo pietra, lavora Metz, operaio stavolta della parola, è un tempio fra le cui mura il sacro non ha a che fare con lo spirito, ma con la materia.”

Francesco Iannone, «il Foglio», 22 e 23 ottobre 2022

“Un catartico cataclisma nell’asfittico panorama editoriale italiano. Sia lode allora a quella poesia tersa e terrea («uscire dalle nostre parole, semplicemente, come passeri per abitare la lingua madre delle nostre mani. Mi bagno dove passi. Tu sei quella che versa acqua»), barbarica e dolcissima, orfica e frugale, che vela senza annebbiare. A me pare il sussurro di un Centauro.”

Davide Brullo, «il Giornale», 28 ottobre 2022

“«Entrare e uscire a ogni parola, come fosse una casa», scrive Metz in uno dei suoi versi irregolari, a colpo d’occhio quasi assimilabili alla prosa, ma sempre abitati da una musica inconfondibile. Il suo è un vocabolario essenziale, concreto come i materiali di cui si serve un artigiano, ma nello stesso tempo affilato e preciso, proprio come gli strumenti con i quali si domano il legno e la pietra. Mai apertamente pronunciato, il nome dell’Innamorata è l’invisibile baricentro di questo memorabile canzoniere contemporaneo: «Mi basta la piccola scala del tuo nome, che porta al lampone, al tugurio di una parola. / Che respira».”

Alessandro Zaccuri, «Avvenire», 4 novembre 2022

“Sono componimenti brevi, sottratti alla durezza del giorno e in essi parlano, senza mai alzare la voce, la nostalgia amorosa e la tristezza immedicabile per la scomparsa del figlio; sono testi presi nella scansione di un percorso che muove per improvvise epifanie: «Amo allungarmi verso te, la sera, senza le spighe della lampada, una mano sul tuo ventre, il mio viso affondato tra il collo e i capelli. / Là: un uccello potrebbe posarsi, senza timore».
La scrittura di Metz, il suo breve giro di parole, stabiliscono un dettato scarno, antiletterario, in cui niente di superfluo può essere accolto, pena il mancato rispecchiamento di una poesia che si vuole pienamente esistenziale e fa i conti ogni giorno con un durissimo mestiere di vivere. […] «Ciò che può sembrare un universo di banale mediocrità – scrive Jean Grosjean, tra i primi a riconoscere la qualità della poesia di Thierry Metz – si dà invece come una meraviglia. Ed essa non ci strattona per la manica come gli ambulanti al mercato. Parla a mezza voce e la sente chi vuole. Dice: chiunque tu sia i tuoi attimi non contengono altro, ma sono miracoli».”

Marco Vitale, «SuccedeOggi», novembre 2022

Lettere all’innamorata di Thierry Metz è un libro struggente, e anzi straziante, a tratti anche lancinante, eppure, non c’è che dire, è una raccolta di poesie incantevole. Scorrendo i suoi versi, i suoi fraseggi, le sue brevi sequenze in prosa – qui il verso trapassa inavvertitamente nella frase, e viceversa – si vive così un autentico dissidio interiore.
È un libro d’amore, ma anche di tanto, tanto dolore, infatti, un dolore per cui non sembra esserci né rimedio né nome. Ma poi, nello stesso tempo, o meglio indistintamente, queste poesie sono tutte una grazia perché parlano di gesti semplici, di silenzi, di relazioni e sentimenti anche molto duri ma sempre chiari e leali; e lo fanno, soprattutto, con una trepidazione, una castità e appunto un incanto, che sorprende non poco incontrare in una voce, quella dell’uomo che scrive, che la vita ha ferito in modo tanto iniquo e irrimediabile.”

Roberto Galaverni, «La Lettura-Corriere della Sera», 2 gennaio 2023

“Dire e ripetere «casa», «stanza» o «letto» è un gesto da innamorato e insieme da disperato: è il gesto di un ultimo esorcismo, di una speranza impossibile. La casa è il luogo dove «scrivere non è che toccare», accarezzare, incontrare le mani dell’amata, offrire la «monetina» delle proprie scarne parole. Ma nemmeno la casa è immune dall’ombra. Anche qui le parole non possono essere diverse da porte che si chiudono e aprono senza tregua al mistero del dolore, alla notte, all’ignoto, al terribile.”

Paolo Lagazzi, «Gazzetta di Parma», 24 marzo 2023

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