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Marine e altri sortilegi

Avanti miei ossicini,
ribadite nel vento
il disegno sbilenco
di un castello anatomico

 

con folgori di vene
azzurre che attraversano
feritoie e orifizi,
lo sguardo impietrito sull’erba

 

di parole bruciate come stoppie,
brucate dalle capre
che arrancano abbaglianti
verso la torre rovesciata del sangue.

Pasquale Di Palmo 2006 80 9788889615065 9

“[…]  come Ritorno a Sovana lasciava intuire e come invece le brevi liriche e le brevi prose di questo libro magnificamente esplicitano, l’unica salute, per Di Palmo, finisce per risiedere nel suo stesso fare poesia. Qui, fra questi versi aspri e sempre sorprendentemente ordinati, sta la vera tregua; qui, e solo qui, sta forse il vero «sortilegio»: «i versi sono sottili / nervature che attraversano / questo foglio / che ha sembianze di foglia. / Dentro ci sono pesci / che nuotano felici, / uomini che vanno in bici».”

Stefano Lecchini, «La Gazzetta di Parma», 24 gennaio 2007

“Eppure – in questo mondo da incubo – appare un’intima coesione che sostiene, una solidarietà non ostentata ma tenace che non deriva solo dalla reificazione dell’umano contrapposta alla personificazione delle cose, ma da un vincolo radicato nel comune destino di assurda sofferenza che colpisce ogni particella. Si spiega così la compattezza tonale che proviene dalle cinque diverse sezioni in cui si compone il libro.”

Nelvia Di Monte, «Lunarionuovo», nuova serie N. 21 (53/21), marzo 2007

“Una silloge piena di ‘nature vive’, limpida di bagliori e sfumature dell’anima.”

Gianni Poli, «Letture», N.636, aprile 2007

“Nella scrittura di Pasquale Di Palmo il soggetto e la natura sono contenuti in un incessante cortocircuito, poli reciproci e insieme respingenti, tratti in una stridente simmetria: «Perdersi tra le officine come in un incubo, camminare sotto un cielo di lavagna / nel vento che si insinua sotto il cappotto / come la mano infetta di un cadavere. // E il sonno con movenze di uccello / inerpicandosi contro la luce in delirio / repentinamente ti strappa la faccia».
Il loro accordo si compie solo in qualche lacerto, qualche stimmata di realtà […].”

Roberta Bertozzi, «Atelier», N. 46, giugno 2007

“Un’altra suggestione fortemente presente nel libro, intimamente legata alle altre, è relativa al corpo come teatro, come campo di battaglia in cui il nulla tenta il suo sfondamento. In vari testi, infatti, la sfida si trasferisce all’interno del corpo stesso dell’autore o sulla sua pelle, che si trasforma in carta in cui incidere i simboli di qualche esorcismo. Il corpo riluttante viene allora spronato dal poeta con dolcezza nella suggestiva lirica che inizia con l’esortazione: «avanti miei ossicini»; in cui è assimilato a un castello, e riappare in altri versi dove la neve che si posa diviene cartilagine che rinforza; oppure è un vascello o una chiesa romanica, comunque fragili costruzioni cui basta un niente per vacillare.”

Marco Molinari, «La clessidra», N. 2, 2007

“Di Palmo ci appare diviso e perduto, in cammino nei vari gironi dell’inferno della sua laguna, tra Marghera, Mestre, Tessera e le rovine di una Venezia sempre più fossile. Già in Ritorno a Sovana, del 2003, Di Palmo aveva immerso, con esiti di toccante autenticità, le figure del suo romanzo familiare nell’incubo, e ora in questo nuovo capitolo della sua e nostra storia, intitolato Marine e altri sortilegi, ci mostra ancor più il paesaggio sconvolto della mente umana, travolta dalla follia e dall’orrore. […]
II mondo è «capovolto» (altra parola ricorrente) e spesso la voce di Di Palmo sembra provenire dal di sotto di imbuti o vortici o inghiottitoi, come quella di un naufrago. II poeta quindi sopravvive, ma solo perché mette in scena la propria infezione e la propria morte, la «linea impiegatizia del sangue» che lo lega agli altri uomini. (Il suo «andarsene d’inverno» ha qualcosa di montaliano e rimbaldiano insieme, bizantino noir).”

Marco Munaro, «La Mosca di Milano», N. 17, dicembre 2007

“E non sarà arbitrario immaginare che in qualche modo con la follia abbia a che fare la scrittura di queste Marine, così rarefatta e concentrata da rasentare l’ossessione: un esercizio di rigore e di misura, insomma, che non ubbidisce al criterio tradizionale di armonia e proporzione, semmai a una sorta di allucinata necessità, di spiritato delirio difensivo volto ad arginare le furie del cuore e della mente, l’insidiosa crudezza dei luoghi.”

Giancarlo Pontiggia, «Testo», N. 55, gennaio-giugno 2008

“Mi colpisce, nell’introduzione all’ultima sezione della raccolta, la descrizione di due modi diversi di trapassare nell’acqua: il primo, quello della lotta, subito dopo l’errore o il pentimento; il secondo, quello della resa istantanea. Come conseguenza di questo contrasto tra istinto di morte e resistenza umana, il poeta prova a immaginare uno stato intermedio in cui, pur non vivendo si possa non essere. Lo dice citando Marina Cvetaeva, ma anche in molti suoi versi: «penso di essere qualcosa di inanimato, / sasso nuvola bottiglia / che qualcuno ha lasciato sulla battigia» ogni linguaggio si regge su un’ossessione reiterata, nelle varianti di una giaculatoria che ci accompagna fino alla fine.”

Sebastiano Aglieco in Radici delle isole. I libri in forma di racconto, La vita felice, Milano 2009

“Una delle caratteristiche principali della poesia di Pasquale Di Palmo è l’attenzione verso il paesaggio, nel quale il poeta scopre, grazie ad un movimento dello sguardo che va oltre la percezione puramente fenomenologica, una dimensione occulta ma più vera, il fondamento oscuro dell’esistenza.
[…] Di Palmo apre i propri testi al perturbante, mediante un passaggio spontaneo dall’osservazione alla visione.”

Mauro Germani, «Il Grandevetro», N. 195, aprile/giugno 2009

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