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Melodia meridiana. Il paradiso terrestre letto dai poeti: Purgatorio, canti XXVIII-XXXII

Beatrice – Daniela Raimondi

This is mortality / This is eternity
Marianne Moore

Esisti nel mio fiato.
Per te ho entrato il buio,
costellazioni di anime e sussurri.
Ho fermato le clessidre,
ruotato intorno a un cerchio di terrore.
Qualcosa preme contro il fianco ossuto
nel movimento povero di tibie e di calcagni
in questo andare con i calzari rotti.
Moría dell’acqua dove raccogliere la sete,
la dismisura della solitudine.
Innesto nato dentro la mia carne
luogo in cui si addensano le parole belle,
nervi, canzoni, il buio della saliva. Lo stupore.
L’esumazione di una lingua
che ti pronunci viva, l’appena nata,
giovane donna dalla veste rossa e il sole sulla nuca.
Caccia notturna nelle terre del disordine,
dentro un sogno dove stanare un girotondo di bambini,
l’ultima eco lungo il fiume.

 

Sottrarre tempo al tempo, spostare l’orizzonte,
sterrare sillabe e alfabeti
dalla bocca di angeli e fantasmi.

 

Il nome traccia un solco, accoglie l’infinito.
Muovere appena le mie labbra
e poi entrare il suono sacro della poesia.
In qualche luogo puro,
in questo vuoto.

2014 96 9788889615621 7
A cura di Marco Munaro
Illustrato da Paolo Segalla
Testi
Nicola Licciardello, Stefano Strazzabosco, Jamie McKendrick, Daniela Raimondi, Luca Rizzatello, José María Micó

“A lungo ho indugiato sui gradini dell’ultima scala del Purgatorio prima di entrare nel giardino dove «fu innocente l’umana radice». Non è stato facile nemmeno per Dante che portava con sé, incancellabile, il paradiso perduto. I poeti, gli antichi come i moderni, non fanno che sognare i  v e r d i  p a r a d i s i  d e l l ’ i n f a n z i a. Perfino Virgilio (un dannato), che li ha così supremamente cantati, può ora entrarvi e sorridere a Matelda che ride dall’altra riva: invenzione che “fissa” in un’immagine ancestrale i secoli che dividono, e uniscono, il mondo antico al presente (cristiano) di Dante (e al nostro).”

Dalla Prefazione di Marco Munaro

“Canto psichedelico, stato dispercettivo-euforico, erotismo diffuso, voyeurismo silvano, eccitazione trifallica. Ci introduce all’allucinazione vera e propria (processione, carro da Trionfo) un attacco in continuità con la descrizione-simulazione della percezione edenica di Purg. XXVIII, pagana. Si parte con l’impercettibile transitare del discorso della ninfa Matelda in canto. I versi «E come ninfe che si givan sole / per salvatiche ombre, disiando / qual di veder, qual di fuggir lo sole» sembrano un Mallarmé-Debussy ripreso da Matisse e poi precipitato in esercizio baconiano, con l’andirivieni di ninfette rincorse, al sole e all’ombra, gridolini alternati all’impassibilità erotizzata di manichini dentro una vetrina, gioco-danza del celarsi/mostrarsi della ninfa (fra Klossowski e Agamben). Per un attimo eterno, Matelda è ninfa e Dante fauno, e noi con loro. Dopo il deliquio acquatico si riprendono i sensi nel contatto con il corpo nutriente ed orgasmico della donna.”

Dalla Postfazione di Paolo Segalla

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