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Nauz

föies da flu

 

Sciöche te na copa de odurs impé amesa zopa de cultüra
ma ćiarü surt me roda incëria, a jaiun süa ćiaradüra.
Y la mia, tëgn tles mans na maza da famëi,
pastoral tut adimprëst por mostrè l’dër tru
vigni iade plö ri, chirì les dërtes rajuns.
Vì ma porcel, porcel vì ma ca!
Ite te lasci, te chësta doman, tl orì de sorëdl a morì.
Y tö ćiares sarëgn ia por tera, degun tëmp de fluridüra.
Sce nia, altamo la blanćia nëi tol sö sanjares,
föies da flu dan Nadè.

 

 

petali

 

Dentro a un catino di odori, in piedi sto nella concimaia
la nebbia sorda solamente mi gira intorno, è fisionomia a digiuno.
E la mia, tiene in mano un bastone da pastore,
pastorale preso in prestito per indicare la giusta via
ogni volta più difficile, trovare le giuste ragioni.
Vieni maiale, vienimi incontro.
Consento il tuo entrare in quest’alba, nel sole che sorge a morire.
E tu guardi sereno per terra, non è tempo di fioritura.
Se nulla più, la neve accoglie il tuo sangue,
petali i tuoi innanzi al Natale.

Roberta Dapunt 2017 96 9788889615737 44 ,

L’autore

Testo ladino a fronte

“Attraverso la figura del maiale, la sua uccisione, le operazioni per la conservazioni delle carni, la cosiddetta maialatura (molti ricorderanno una scena del film Novecento di Bernardo Bertolucci), Dapunt si è rifatta a uno dei rituali più tellurici, più arcaici e inevitabili della civiltà contadina. Un momento in cui necessità della vita, violenza, legge, sacrificio, formano una specie di groppo unico esposto impietosamente alla luce fredda dell’inverno. Questi versi, del resto, insistono molto sul dovuto riconoscimento della sacertà del rapporto con la natura e più generalmente col mondo creato, talora con un riferimento religioso basico, assolutamente non confessionale. Di qui quel sentimento di obbligazione, di vincolo verso la vita che deve assolutamente essere onorato, in cui va riconosciuto il tratto distintivo sia esistenziale sia poetico di Dapunt.”

Roberto Galaverni, «La Lettura-Corriere della Sera», 3 dicembre 2017

Nauz, che significa «truogolo», è un libro di poesie dedicate all’uccisione del maiale nel suo maso in Val Badia. In ladino, con traduzione italiana a fronte, pubblicato da Il Ponte del Sale, piccola casa editrice di Rovigo (dunque Triveneto proteico e poetico). La prosa finale ricorda, nello stile e nel paesaggio, Giovanni Lindo Ferretti, altro poeta-allevatore, altro tuo devoto che lo scorso 17 gennaio ha fatto benedire le sue stalle dai monaci ortodossi. Nauz è corredato da fotografie del maiale macellato, scattate dall’autrice. Ci vuole del coraggio a fare un libro del genere. Ci vuole della libertà (in Italia la macellazione domestica è dallo Stato illiberale osteggiatissima ma la provincia di Bolzano, fiera e rurale, non è davvero Italia). Ci vuole della poesia: «In questo maso che esige la fedeltà come unica compagna / … / Qui sono, ancora e sempre, in una mansione d’onore». E infine ci vuole la tua benedizione.”

Camillo Langone, «Il Foglio», 24 gennaio 2018

“Ci sono dei testi che rappresentano un piccolo, prezioso compendio dell’opera del mondo nella fatica ora sacrale ora laica della sua condizione, un prezioso sunto di ciò che anime e spazi raggiunge, coglie e interrogando trasforma nell’intreccio sovente doloroso ma aperto di cura, lavoro e insieme preghiera nell’azione del quotidiano. […] Nauz di tutto questo ne è testimonianza a partire dalla scansione dei riti che vanno a caratterizzarne nel silenzio la sussistenza del giorno, tra gli altri su tutti (fin nel crudo corredo fotografico) quello dell’ammazzatura del maiale (la stessa parola, Nauz, in ladino andando a indicare la mangiatoia, il trogolo in pietra o legno da cui l’animale si nutre).
E c’è un qualcosa di intensamente struggente, perché di medesimo sacrificio, amore e offerta necessariamente, dolorosamente rimessa alla terra, di quella terra di cui ospiti andiamo a prendere e siamo presi, nel racconto, o per meglio dire con le stesse parole della Dapunt, nel canto del cedere, dell’abbattersi al suolo dell’animale che «non sa di morire» («ne sa nia c’hal mör») che tra sbalzi e arresti va a cedersi nello svanire della pietra nella risolutezza della morte («Di questa il buio è un feroce argine» – «Dla morté la scurité na strada crüdia»). […] Lirica, grido di una medesima appartenenza di un condizione che i suoi elementi sono chiamati a darsi, e a dirsi dunque, nella circolarità di un divorante, e al tempo stesso accogliente, meccanismo di nutrimento e cancellazione nella trasfigurata mortalità d’anime e forme. Così è un operare nel senso di una privazione di cui si chiede l’intenzione al Signore, di un onore del giorno apparecchiato poi davanti alla porta in attesa tra mansioni e garofani in fiore ma di un’invocazione ancora avvertita carente in una quiete e profumo d’intimità delle cose che non possono provenire da un sogno altrimenti scarso sarebbe il valore dell’alzarsi il domani. […] Poesia che allora nel sommovimento, nella fatica dell’attesa e dell’entrata nel mondo ha lo stesso incedere e cercarsi del lavoro e della preghiera.”

Gian Piero Stefanoni, «Corriere dello Spettacolo», 23 febbraio 2022

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