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Nel corpo vivo dell’aria

Sono stato dagli ulivi, nell’interno.

Corpi di terra graniti sughere

piegate dal vento

Vacche e pecore del sole

brucano erba secca. Cantano.
… olivastri millenari… olivastri…
Sotto, un gregge o una

mandria (nei grigiastri)

Sopra, cosa fa il cielo là sopra?

Indovinare le nubi tra le fronde.

Creatura viva e morta,

che ti rinnovi

nella luce e nel buio

nell’arsura e nel vento

da sola?

Marco Munaro 2009 96 9788889615300 15
Premio San Vito al Tagliamento 2010
“Scrivere è stato sempre per me come nuotare nelle acque di un fiume, ogni bracciata – ogni verso – un passo più vicino all’ignoto, di un’ansa, canne, salici e pioppi bianchi. Un nuotare simile anche ad un camminare con le braccia, e sempre a qualcosa di avventuroso e felice, che mi riportava a casa. Ora mi piacerebbe provare, bracciata dopo bracciata, a raggiungere luoghi ignoti e lontani. Forse è quello che ho cominciato a fare con i libri degli altri. Ma la scrittura – quanto più è in cammino non può essere che in cammino verso CASA. Forse la poesia è un incantesimo fatto con i brani del proprio corpo lanciati in aria per una capriola”.

Dalle Note dell’autore

“Si avverte nella severa dolcezza del paesaggio, nell’acqua, nei canneti, nei fruscii, il respiro virgiliano delle cose”.

Anna De Simone, «Caffè Michelangiolo», N. 1, gennaio-aprile 2009

“C’è, dunque, questo procedere all’apparenza casuale, ma segretamente premeditato dalle extrasistoli della quotidianità, così che il nostro sentire ci appartiene, fino in fondo, ma fugge incontro agli altri, prima e dopo. Ma allora il riconoscimento può essere illusorio e valgono certe chiuse, che, come in Montale, diventano crudelmente rivelatrici: “Sembravi felice, e anch’io lo ero. / Ma non ti amavo più”. C’è, tuttavia, una sostanziale felicità che percorre la maggior parte dei testi, con sentimenti incontenibili che assumono la levità di un gioco, accorti intrecci d’ombre e lampi memorabili d’infanzia, storie in tre versi, ricordi, e figure, il gusto antico dei calchi e delle versioni infedeli. E ancora, c’è come un’autobiografia dei sensi che si liberano e si sublimano. Non inganni l’elenco fuori testo dei libri pubblicati dal ‘Ponte del Sale’: è, ancora una volta, un frammento d’autobiografia.”

Sergio Garbato, «il Resto del Carlino», 21 giugno 2009

“La lingua sembra piegarsi a una pronuncia ora aspra ora musicalmente lieve, in virtù delle particolari circostanze stilistiche che si trova di volta in volta ad affrontare. Il dettato alterna infatti una linearità che conosce momenti davvero encomiabili (si pensi a quell’incantevole poemetto sull’amore paterno intitolato Sei e dieci) a esiti in cui la pronuncia diventa più scabra come nelle prose di Drio Cero che sembrano felicemente attingere a una tradizione novecentesca d’oltralpe”.

Pasquale Di Palmo, «La Mosca di Milano», N. 21, dicembre 2009

“I versi di Munaro sono levigatissimi e restituiscono, filtrati dalla poesia, i suoni e i colori dei luoghi che nutrono il pensiero e l’emozione, soprattutto il Polesine (dove l’autore vive) e i Colli Euganei. Nelle poesie dedicate al figlio si ritrova il senso di una piena partecipazione alla vita, che affiora nonostante l’ansia del quotidiano: “Viene chiaro nel buio. / Rosso nel viola. È l’alba. Guardiamo laggiù il dolore / crescere sulla città; // e sui nostri volti assonnati / e di là dal vetro, la luce / il mondo creato il cielo”. Intensa la lirica in omaggio al poeta-editore Bino Rebellato, che Munaro riconosce come maestro di arte e di vita.”

Matteo Giancotti, «Corriere del Veneto», 31 dicembre 2009

“Nella mescolanza felice di echi e movenze di un idillio realistico non privo di evocazioni surreali, la poesia di Munaro prosegue il suo cammino con nuovi arricchimenti e respiri.”

Fernando Bandini, dalla motivazione del premio San Vito al Tagliamento, 2010

“Ma è a Munaro che il Polesine affida memorie, lingue e cultura letteraria. Munaro sa del Polesine e il Polesine sa di lui. Lo dicono i suoi versi, oramai lontani dalla lingua dell’affetto, nati però da quel lontano mondo di cui conservano un po’ d’eco, pieni come sono, a volte, di nostalgia per ombre che dal passato attingono al presente e subito scompaiono.”

Luciano Caniato in Rovigo. Antologia dei grandi scrittori, Biblioteca dell’Immagine, Pordenone, 2012

“Il lirismo di Marco, sorridente, ironico, conquistato al sogno e all’immaginazione d’un’infanzia maestra di vita, ingloba un’epica iconica, simultanea, capace di rendere contestuali vissuti archetipici e sospensioni recenti, come nell’assoluto A palpét. La concentrazione è obbligo, la chiarezza pure: un prodigio d’equilibrio, un dono ricco offerto con garbo e grazia inconfondibili.”

Luigi Bressan, «Atelier», N. 69, marzo 2013

“Di là dalla finestra, scorre una scena che collega la realtà muta del presente alla luminosità del tempo senza tempo. Vediamo passare uno dopo l’altro, Rinaldo, nella corrente onirica dei versi dell’Ariosto, lungo il corso del Po e un gregge insieme al pastore nella pioggia, vediamo le rondini che volteggiano nell’aria e un padre che gioca a nascondino col figlio, fino a spingerci nelle intercapedini della commozione vera, nella pienezza dell’essere che sconfigge il dolore, che è reale. Tanta forza in queste liriche, tanta chiara, franca esplicitazione di una filosofia di vita, di adesione alla poesia, non può che portare alla gioia […].”

Marco Molinari, «la Voce di Mantova», 19 luglio 2016

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