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Ortiche

Sedute sullo stesso uscio
le parole della mia lingua materna mi salutano con la mano
le sposto con lentezza come lei faceva con i suoi utensili di cucina
pentola scodella mestolo bassina hanno viaggiato di mano in mano
che parole evocano le migrazioni d’uomini e donne in fuga
da genocidi siccità fame
bambini e pollame stretti nello stesso fagotto parlavano
l’aramaico ciottoloso
l’arabo burrascoso delle tribù bellicose
o la lingua tintinnante come biglie di vetro nelle nostre tasche di bimbi

Vénus Khoury-Ghata 2007 56 9788889615096 1 ,

L’autore

Prefazione, traduzione e cura di Fabio Scotto
Testo francese a fronte

“La poesia di Vénus Khoury-Ghata, da ritenersi oggi una delle massime autrici di lingua francese viventi, è fin dalle sue origini una singolarissima rivisitazione del vissuto che situa nell’infanzia, e nella sua inesauribile e inconcludibile reviviscenza, il fulcro della sua ispirazione. Ora però l’infanzia, il suo mondo iniziatico, la sfera degli affetti entro i quali si dispiega e l’universo geografico e umano che l’accoglie, ovvero il Libano natale, terra solare e martoriata, sono costantemente minacciati dallo spettro ferale della guerra, del genocidio, della morte, altro vero personaggio che affiora a ogni titolo, a ogni pagina della sua opera, come una sorta di testimone e interlocutore fisso con il quale necessariamente fare i conti. E l’infanzia è vissuta al cospetto della madre, che consola e ammonisce, che richiama e nutre, che protegge e lotta contro le minacce del mondo e la sua follia distruttiva in una natura spesso aspra, petrosa e infida, ma rispettata e amata come prima madre, madre della propria stessa madre. Ne risulta una poesia fiera della propria femminilità e del proprio legame con la madre terra (matria), ma anche virilmente capace di furore, di coraggiosa e passionale tensione agonistica, di resistenza alle insidie. Ne è luogo privilegiato la «casa natale», heimat cara a Reisz come al Bonnefoy de Les Planches courbes (2001), microcosmo entro il quale le vicende familiari si compiono, luogo costantemente perduto e ritrovato, forse per sempre ignoto.
In un’intervista apparsa sulla rivista Autre Sud (n° 19, dicembre 2002, Marsiglia, pp. 26-31), l’Autrice rammenta la sua «infanzia austera, una casa circondata dalle ortiche: è il solo ricordo che ne serbo».”

Dalla Prefazione di Fabio Scotto

“L’autrice, che gode di una quindicina di romanzi e di altrettante pubblicazioni poetiche, è nata in Libano e ha tradotto in arabo Aragon e in francese Adonis. Siamo accanto a una composizione forte, che rivisita il vissuto a partire dall’infanzia. Affiorano nella scrittura i drammi della guerra e della morte, i vincoli con la terra materna, i luoghi dell’abitare e il motivo dell’identità. La memoria del passato e il legame al presente sono i vivi temi del canto: «dice cose senza importanza / e gli anni le cadono addosso man mano che parla / una ruga per frase». Mirabile, infine, la resa italiana di Scotto.”

Alberto Cappi, «la Voce di Mantova», 2 agosto 2007

“Un testo evocativo dalla parola lirica e quasi oracolare, forma poetica che mescola mirabilmente le lingue dell’autrice – francese, arabo, aramaico – ma che parla soprattutto la «lingua tintinnante come biglie di vetro nelle […] tasche di bimbi» [della sua infanzia libanese].”

Ilaria Vitali, «Studi francesi», A. LII, N. 155, maggio-agosto 2008

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