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Poesie

l’aprile de Rovigo
soto ’l cielo d’alora,

 

le strade de Rovigo
l’autuno de Rovigo
e le tose le tose
soto i cieli d’alora,

 

o Livio che belezza
la nostra gioventù.

Eugenio Ferdinando Palmieri 2020 228 9788889615973 3 , ,
Premessa di Marco Munaro
Introduzione di Matteo Vercesi
Nota biografica di Roberto Cuppone
Bibliografia a cura di Marta Gulinelli

“L’arca di Palmieri assume naturaliter la forma di un teatro, magari di un teatro di marionette, insieme antico e modernissimo. Palmieri aveva portato dalla Commedia le linfe più originali e autenticamente popolari al livello di una consapevolezza letteraria rara. Abbandonata poco più che trentenne la scrittura poetica e poi anche quella teatrale divenne uno dei critici italiani di teatro e di cinema più apprezzati. Quando infine, su invito di Neri Pozza, si convinse a raccogliere le sue poesie (ma egli aveva segretamente continuato a scriverne) la sua maturazione di scrittore e di uomo gli consentirono di raggiungere un nuovo traguardo e di offrire, in tutta la sua bellezza ruvida e senza tempo, diciamo intatta, un’anima (che corre e salta e grida e brucia). Accadde allora una seconda volta che l’afflato della Commedia dell’Arte e degli umori vitali più popolareschi, che si erano mescolati alle malinconie dei poeti moderni e a un vissuto di giorni, ore, minuti, riprendesse vita nell’«istante» della poesia, in scorci, paesaggi, vie, strade, cieli, volti, parole esattamente così com’erano allora: veri. Tutto un ambiente umano e terrestre che aspettava di essere espresso ritrovò la via per divenire davvero di tutti.”

Dalla Premessa di Marco Munaro

“Ciò che sorprende della sua poesia è il fatto che, pur declamata con una maschera anticonformista e protestataria, essa sia innervata e sostenuta da una autentica, violenta genuinità. Un’atteggiata spavalderia che si innesta su una capacità di visione «filmica» estremamente dinamica, come evidenziò, ancora una volta, Pasolini […]. Giocando sul filo del paradosso – la finzione letteraria che diviene «più reale del reale» –, Palmieri rimette al centro della scena il corpo e l’ampia gamma cromatica della sua materialità: il corrompersi della carne, gli incontri in osteria e alle feste di paese, il nascere e il morire di una piccola comunità di provincia, il sesso e, non ultimo, il cibo, come avviene in Ostarie.”

Dall’Introduzione di Matteo Vercesi

“Ma la sapienza di Palmieri è anche quella di costruire l’insieme del testo gestendo un alternarsi di momenti teneri, divertenti, giocosi, con altri in cui la malinconia, il ricordo, si fanno strada e imbevono il testo di un liquore dolcissimo: è evidente, quindi, che la sapienza compositiva del nostro autore (che, non dimentichiamo, è autore abituato a costruire per il teatro) si esprime anche con una grande capacità di dosare gli effetti, che significa, soprattutto, condurre le emozioni del lettore.”

Sandro Marchioro, «Rem», N. 1, 15 maggio 2021


Il volume contiene una ricca antologia della critica su Palmieri poeta,
da cui riportiamo alcuni esempi:

“La fantasia del Palmieri agita figure ridotte a rapidi bagliori, appena accennando nei volti con subiti guizzi di luce, in ritmi veloci e drammatici d’una maniera che vorrei dire cinematografica. Talvolta, come in Cronaca nera, con una scena che sorge violenta dal buio, rammenta l’evidenza realistica di qualche epigramma greco.”

Guido Piovene, «L’Ambrosiano», 7 maggio 1932

“Anche per Palmieri, come per Giotti, il discorso dovrebbe cominciare dal Novecento vociano: un crepuscolarismo non gozzaniano, venato di polemiche antiborghesi, spavaldo, negatore; ma per Palmieri bisognerà aggiungere il gusto d’una visione delle cose più cinematografica che pittorica: e di un gusto appunto di avanguardia. Si veda la bella poesia I salti, così ricca di inquadrature da buon film espressionistico, o anche clairiano (infatti la poesia finirà con uno scatto ironico, alla Palazzeschi). E si veda anche la ricostruzione di Rovigo, col gusto della precisazione ambientale, raffinatissima nella sua apparente sciattezza, con un amore visivo per i dati così forte che basta la massima nudità linguistica per inciderli, quasi come in una didascalia. Costruito con queste tecniche presupponenti una cultura raffinata ma non estetizzante, l’ambiente (che non è poi quello natale ma amato per adozione: e perciò con nostalgia tanto più violenta), il Palmieri «vi risogna se stesso – come dice il Simoni – in un giovane mondo temerario e spavaldo»; o meglio ancora, stracciato e beone, con tutti i simpatici vizi della gioventù «parlante» in una periferia di cittadina di provincia, i vizi dei coscritti, insomma; un mondo che sbandiera la propria miseria, stracci e amori, fino alla leggenda: che è una leggenda picaresca. Ecco dunque spostarsi questa poesia verso il dominio del maccheronico (di tipo, si diceva, espressionistico), del pastiche. Ma quando il dialetto è uno strumento semplicemente più atto allo scopo di quanto sia la lingua, un estremo raffinamento di questa, allora Palmieri riproduce Rovigo in pagine dove la violenta volgare semanticità delle parole-cose dialettali si smorza in un lavoro, ma assai libero, di tecnica raffinatamente trasandata.”

Pier Paolo Pasolini, Introduzione a Poesia dialettale del Novecento, a cura di Mario Dell’Arco e Pier Paolo Pasolini, Guanda, Parma, 1952

“Nel 1968 l’editore Rebellato intendeva pubblicare una nuova edizione delle poesie di Palmieri e pensò, insieme all’autore, di affidarmene le illustrazioni. L’occasione consentì il principio di una amicizia che, se pur breve, rimane ancora oggi un ricordo vivissimo.
Non era certo difficile amare Palmieri, semplice e vero in ogni gesto, in ogni parola. Ciò che più colpiva era la sua straordinaria capacità di raccontare cose del passato, uomini e fatti, aneddoti di provincia, che lui riportava alla luce con quel tanto di mistero nella voce come se si sentisse l’ultimo depositario, e forse lo era davvero, di un mondo che andava rapidamente sbiadendo. 
Per questo, amava, senza volerlo far apparire, quelle vecchie poesie che gli consentivano un solido legame con la sua origine, che sempre è rimasta l’essenziale riferimento di tutto il suo lavoro.”

Gabbris Ferrari, in E. F. Palmieri, Quando al paese…, a cura di Sergio Garbato, IPAG, Rovigo, 1982

“A dargli una voce inconfondibile sono proprio l’imprevedibile empito letterario e il gusto per il travestimento, che potrebbero essere un limite e che, invece, nel gioco dei rimandi e dei pudori, delle nostalgie rinnegate fino all’ultimo, diventano paradossalmente il segno dell’autenticità e della sincerità, il bruciore silenzioso di una ferita che non si è mai rimarginata e continua a sanguinare in dialetto. Gioco, caricatura e parodia si mescolano all’aneddoto e al sentimento per esorcizzare la grettezza della provincia nel recupero di memorie e nella reinvenzione di una città ingrata nella aggressività verbale di personaggi che si vogliono sarcastici e beffardi, ispidi e selvatici, nell’avvampo di passioni sensuali per donne indomabili e nel retaggio di storie malavitose. Sempre ricorrendo a quel suo dialetto di «fondo polesano», che era, ancora una volta, reinvenzione e riappropriazione…”

Sergio Garbato, La breve stagione in versi di Eugenio Ferdinando Palmieri. La poesia è una ferita del cuore, in AA. VV., Una giornata di studi su Eugenio Ferdinando Palmieri. Atti del convegno, (Padova, 29 gennaio 2008), Arteven, Venezia, 2008

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