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Rue des étrangers

                mi alzai presto quel mattino         fuori c’era freddo
        non era crudele né fiero                 non richiamava l’onnipresenza
        dell’ombra della falce
aggiungerei l’azzurro
 
        era un freddo felice         a cielo libero         anche gli uccelli preferivano
 
        guardarlo più che volarlo
 
        mondieu         io figlio della miniera         mi venne in mente Dio
        il Suo sguardo                 sospeso                 tra l’inizio e la fine
 
        Poi la notte fu limpida.

Raymond André 2014 96 9788889615546 32

L’autore

A cura di Antonio Alleva e Patrizia Vernisi

“In special modo, al curatore compete l’obbligo della fedeltà, che nel caso di Raymond André significa ribadire la sua vera stella cometa, che faceva tutt’uno con latrombettadilattadorata, lo strumento preferito da Henrì: gelataio e giocoliere nelle stradine di Bernissart madide di fatica e di miniere, e dolente cantore sans papiers nell’attuale sisma dell’Occidente. Ora più che mai la trombetta di latta dorata suona il suo severo, puro, totalizzante assolo: il n’y a rien au dehors du texte.

Dalla Nota del curatore di Antonio Alleva

“Spesso […] nell’opera uno stesso verso si ripresenta in più poesie e i nomi degli Alter-ego si rincorrono nelle diverse sezioni. Ecco allora la «radura» come luogo di incontro di anima e parole che André prefigurava nella sua poetica: guardare il mondo dal «meridiano zero», questa era la sua metafisica di sans-papiers, senza bandiere e certificati di cittadinanza; ma anche senza certezze future che non fossero «linee di confine da varcare», «usci schiusi» o «aloni di luce» sul banale selciato bagnato dalla pioggia. Le tre parole rûah, basar e nephesh (spirito, carne e vita) che titolano le sezioni sono prospettive poetiche dalle quali André misura la distanza dalle «certezze di uno scomparto», l’inappartenenza del «viaggio in riserva» e l’incipit dello scrivere come parola – «rotta dal ponte» nell’urgenza del vivere.”

Dall’Avvertenza di Patrizia Vernisi

“Il canto c’è davvero e commuove per bellezza liberata da ogni canone e tesa a concepire invenzioni, segni, grafica, come quella dei fili dell’alta tensione su cui posano passeri infreddoliti.
Il canto c’è e mette dentro la stessa voce il tempo arcaico delle orbite vuote dei neandertaliani, con quello quotidiano del qui e ora. Ogni tempo diventa contemporaneo e presente, carico di potenza che impegna, assedia, attraversa le nostre tempie e il corso delle nostre vene. L’ironia intelligente, velocissima, stempera e sforbicia la drammaticità, pur mantenendone il peso, ponendolo sotto lente d’ingrandimento e investendolo di significato cerimoniale, personale, sempre coniugato al tutto. Nella cassa di risonanza cosmica, parole e bocce fanno parte della stessa pratica, in cui pausa e pazienza concava del silenzio diventano fertili residenze dell’io.”

Anna Maria Farabbi, blog «Cartesensibili», 5 giugno 2014

“André è stato senza dubbio una delle voci più interessanti della poesia italiana degli ultimi anni: un poeta vero, che non avrebbe saputo e potuto lavorare altrimenti che appartato, sommamente refrattario alla ribalta e preso com’era – lo sa bene chi lo ha conosciuto – ad attendere alle sue interminate scritture e riscritture, alla continua revisione delle sue pagine, al mai interrotto inseguimento della sua chiave di violino. Lavorava con dedizione monastica per rintracciare una musica possibile da iscrivere nella partitura delle cose.”

Simone Gambacorta, «La città – Quotidiano della provincia di Teramo», 12 giugno 2014

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