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Ruggine e oro

ROSOLINA

La foce chiama
dove non c’è nessuno
e anche i ricordi svaniscono

con l’orma delle cose
perdute
con l’inquietudine nata

nella purezza più nuda
nello stupore
di uno sguardo che tocca la sua fine

Acque dolci, acque salmastre
acque correnti acque stagnanti
e i pesci che vengono! gli uccelli che si nascondono!

Argilla, legnetti, capanne…

I salici vincono il vento
si avventurano a piedi tra le dune
disarmati silenti

sulla riva dell’ignoto
il mare visto per la prima volta
e per sempre

Marco Munaro 2020 96 9788889615874 52
Prefazione di Pasquale Di Palmo
Postfazione di Stefano Strazzabosco
Fotografia di Paolo Gioli

Ruggine e oro è questa scommessa: richiamare a sé gli spiriti perduti, riportarli a casa, circondarsi del loro calore, della loro poesia. Ma è anche, come sempre in Munaro, un guardare sorpreso, incantato, innamorato al mondo, per quanto devastato; e trasmetterne il fascino, la malìa indicibile che ci prende ogni volta che osserviamo la natura, che la sentiamo in noi. È l’altro polo di questa raccolta: da una parte Thanatos; dall’altra Eros, il dàimon che ha sempre accompagnato la poesia di Munaro. Figlio di Pòros (l’ingegno, o l’abbondanza di mezzi) e di Penìa (la mancanza, il bisogno), Eros è il desiderio che non si può placare, e dispiega l’arsenale di risorse, strategie, strumenti che favoriscono la sua ricerca di assoluto, senza mai soddisfarla. Così Diotima, nel Simposio platonico. E così, in altro modo e con altra pregnanza, altri maestri di Munaro, come Zanzotto, Bino Rebellato, o più indietro Virgilio, e lo stesso Dante.”

Dalla Postfazione di Stefano Strazzabosco

“Questo per significare quanto in questa opera sia ricchissima e urgente la vitalità della riconoscenza verso una bellezza umana e territoriale che ha determinato il destino del poeta di Rovigo. Volti passati e presenti entrano e escono nel canto e dal canto, perché tutto si impasta in una battigia lirica di acqua e terra finissima, di luce cangiante smerigliata nel riflesso, incantevole dentro una benedizione colta in stupefazione. Questa è l’identità di Marco Munaro, qui esposta con libertà, con scioltezza, quasi in corsa innamorata, al punto da assorbire e conciliarsi con il proprio dolore e con quello vasto e profondo dell’umanità. ”

Anna Maria Farabbi, blog «Cartesensibili», 28 febbraio 2020

“Ha inizio così il viaggio verso il Tartaro, fiume reale e infero, che poi è un nostos intessuto di memorie letterarie e relazioni umane autentiche, alla ricerca degli onoma, ovvero dell’essenza stessa delle cose, del mondo, di se stessi, nel segno di un destino che resta impresso indelebilmente […].
[…] nella lingua, prima ancora che altrove, sono attivi i meccanismi della violenza, della malvagità, della bassezza, insieme per fortuna a quei loro naturali correttivi dei quali Munaro detiene quasi il monopolio: la bontà d’animo, la generosità spinta sin quasi all’autolesionismo, la gratuità di chi sa donarsi agli altri senza secondi fini e senza attendersi alcun contraccambio e ancora, in una parola, il sublime, la bellezza e la grazia come valori supremi a cui tendere con ogni fibra […]”.

Maurizio Casagrande, «Humanitas», N. 75, gennaio-febbraio 2020

“Immaginare che nel cuore della madre «il mio volto, / c’era come un volo o un richiamo dai pioppi» non esprime solo il desiderio del figlio di sapersi dentro una genealogia che la madre rende possibile, ma indica anche un tratto distintivo di Marco Munaro: l’importanza data agli aspetti pittorici e visivi (talvolta visionari) nella sua scrittura poetica, frutto di una sensibilità personale e di una assidua frequentazione di amici pittori e fotografi […].
La poesia di Marco Munaro è la testimonianza intensa e sincera del fatto che ogni esistenza dipende da un preciso spazio geografico, ne viene plasmata in un imprinting indelebile che nella condivisione trova nutrimento e bellezza. L’ultimo testo, dedicato al figlio Cosimo, si collega idealmente al primo e non chiude, ma illumina tutta la raccolta proiettandola in un ambiente insieme domestico e immaginario, dove si rinnovano le stagioni e il naturale passaggio di consegne tra le generazioni. Padre e figlio sono assorti in uno sguardo sul paesaggio che appartiene a entrambi ma che ciascuno declina nel suo intimo, simile ad un sogno che all’alba lentamente trascolora nella realtà circostante.”

Nelvia Di Monte, blog «Poeti del Parco», 11 maggio 2020

Ruggine e Oro è il libro di poesia più bello che io abbia letto negli ultimi anni. […] 
È la prova che si può scrivere con impeto restando nella quiete come succede in certi giochi di bambini e in certe acrobazie di uccelli nei cieli chiari delle nostre terre. Terre mischiate a uno stordimento di luce senza Dio e di Dio senza legge. Terre del selvoso (Marco in una poesia coraggiosamente usa una parola così remota come «selva»). Terra di Apollo che scortica, di Dioniso che mangia come uno dei suoi satiri, uno dei sileni caravaggeschi. In questa serenità si insedia il cuore: la parola che ha visto nel dolore l’esperienza – limite, come la chiama Blanchot, e ora, non vilmente, ma silenziosamente, come un mollusco, si ritrae, la parola – carezza che lascia trasparire un passato nel Tartaro, tra gli inferi pagani più che evangelici. Questi morti sapranno ancora parlare? Non c’è il lutto irrimediabile di Benzoni. C’è la devozione.”

Alfonso Guida, da uno scritto inedito letto a San Mauro Forte, 30 luglio 2020

“Anche per questo il paesaggio di Munaro è abitato dal desiderio, ovvero dal femminile, le cui varie declinazioni si avvicendano lungo questi versi: in particolare dalla madre, cui è dedicata una delle liriche più intense del libro, oltre che dalla zia, ritratta in un suo «parlare antico» (in una specie di ritraduzione in lingua del «vecio parlar» di un poeta caro a Munaro, cioè Zanzotto). Si direbbe sia certamente veneta la virtù – che Munaro possiede al massimo grado – di contaminare con naturalezza frugalità e cultura, unendo «la festa delle cose più semplici alla memoria letteraria: così l’oscurità sapiente di Celan può fare la sua comparsa in un’epigrafe ma solo in quanto dono-eredità di un amico, mentre Lady Macbeth e Jago possono, per esempio, prestarsi a fare da titolo a due brevi liriche-impressioni. Forse la scommessa di questa poesia sta proprio qui, nel ripetere la transitorietà della luce e dell’erba: nel saper dire «quello che c’è – e poi scompare».”

Massimo Natale, «Alias-il Manifesto», 15 novembre 2020

“Che cosa c’è dentro la poesia a andarci dentro? Cosa non c’è dentro la poesia? C’è l’abisso infinito… non si finisce mai di andare, di andare, di andare… Cosa non c’è dentro la poesia? Perché è il logos, perché è lei… Cosa c’è dentro la poesia… Poi questa è particolare, perché c’è tanta roba dentro: c’è una persona, c’è un addio, c’è una terra, c’è uno scorrere… c’è il vento e c’è la resistenza del salice invincibile… Del salice in cammino, fermo in cammino, resistente, piegato, sapiente… Noi salici!”.

Giuliano Scabia, da una trascrizione di un’incontro zoom sulla poesia di Marco Munaro, 18 dicembre 2020 (RUGGINE E ORO di Marco Munaro / zommata prima, min. 16.50-24.44)

“Caro Marco,
Che cosa non avrei fatto pur di scrivere come le tue poesie.”

Paolo Gioli, da un mail privata all’autore, 31 marzo 2021

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