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Sofegón carogna

Sa ti xe uno de coei
ca gà du cojoni cussí
ca sa coeo cal voe
ca nissuni gheo toe
sa te te alsi ‘a matina
e te ghè ciaro da rènte
tuti coanti i to afari

 

sa te te rangi in cuxina
sa te stè senpre insima
‘fa l’ojo
sa po’ te piase el formajo
sa no te xughi de tajo

 

mi te digo ca fursi
no ghemo gnente da disse
noantri

 

 

Se per caso sei uno di quelli / che c’ha due palle così / che sa ciò che vuole / e anche come ottenerlo / se ti alzi al mattino / e hai già ben chiari da subito / tutti quanti i tuoi obiettivi // se ti destreggi ai fornelli / se devi sempre sovrastare il prossimo / se poi adori il formaggio / se non conosci il coraggio // io direi che forse / non abbiamo nulla da dirci / noi due

Maurizio Casagrande 2011 88 9788889615201 23 ,

L’autore

Fotogramma di Starnuto tratto da Sebek, fotofilm di Disan Danilov e Cristina Boldrin

Prefazione di Luigi Bressan

“La prima opera di poesia di Maurizio Casagrande ha preso forma, consistenza e sicurezza a margine di un lungo lavoro di scavo nei testi di decine di poeti odierni, di frequentazione critica dei medesimi, dell’ambiente in cui operano, tesi a farne emergere la sostanza poetica e a individuarne e tracciarne i possibili percorsi nel variegato panorama attuale. Lavoro, questo, approdato alla somma de In un gorgo di fedeltà […].”

Dalla Prefazione di Luigi Bressan

“Casagrande non conosce l’arte della mediazione e men che meno l’ipocrisia di chi finge di essere quello che non è. No, lui sa essere sé stesso sempre, a costo di vedersi chiudere tutte le porte in faccia.”

Anna De Simone, «Poesia», N. 264, ottobre 2011

“È una lingua ‘dinamica’ – carica di dynamis, e di potenzialità espressive multiple – che si fa collettore di storie, archivio di memorie lontane che dall’oralità si fissano sulla pagina; una lingua che mantiene inalterato l’arcano ritmo dell’affabulazione. Significativa, a tal proposito, la modalità dell’autotraduzione che Casagrande adotta: non si tratta di una traduzione fedele, ‘letterale’ – per quanto ‘letterale’ possa essere una resa in italiano dal dialetto – semmai di un approssimarsi al testo d’origine; ‘neo-pavano’ e lingua appaiono speculari ma differenziali ed in questo gioco di distanze e rispondenze il poeta sembra attuare una scelta precisa: quella finalizzata alla preservazione del portato valoriale ed esperienziale che rappresenta l’unicità del dialetto.”

Matteo Vercesi, «Letteratura e dialetti», N. 4, 2011

“Nella sua produzione si respira […] un’aria di anarchismo, di insofferenza alle maglie soffocanti del perbenismo neoborghese e agli stereotipi in voga nel desolato paesaggio della contemporaneità; per alcuni versi, Casagrande sembra riprendere e continuare con esiti originali la lezione del maudit Amedeo Giacomini.”

Matteo Vercesi, Un altro Veneto: 16 poeti in dialetto fra Novecento e Duemila, Cofine, Roma, 2014

“Il poeta è, consapevolmente, la prima voce di un’oscura e immemorabile catena di poveri senza nome, senza voce e senza storia, cui la vita ha dato come duro mandato la mera sopravvivenza, che emerge alla superficie – al privilegio – della parola che nomina, testimonia e crea. Coerentemente con questa origine, a riscatto e risarcimento ideale di chi di tale privilegio non ha goduto, Casagrande adotta a unica possibile lingua d’espressione poetica il dialetto, la cui base è il basso-padovano/pavano materno e ancestrale, ma con innesti e contaminazioni d’ogni variante veneta contigua, fino a farne una lingua solo ed eminentemente sua. […] un testo paradigmatico potrebbe essere Putín insucarà, che è, insieme e inestricabilmente, un rigoroso e icastico ritratto dal vero, una dichiarazione di poetica che ha echi, prima ancora che pascoliani, evangelici, e sfiora con parole piane – come si deve, con assoluta e limpida leggibilità – il limite dell’indicibile che è il mandato di ogni autentica poesia («sito in bona de dime/ parcossa ca ogni ’olta ca rivo / là rente i pieróni dea ’anterna / ti te scondi ’fà on ladro»), planando ineffabilmente su un’onda di luce tra il fisico e il metafisico («furegando coe man soe scarsèe / ca sparsòra de ciaro e xaéti?»).”

Mauro Sambi, «Verifiche», N. 6, dicembre 2017

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