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Un pennino di stagno

Ti scrivo, ti metto una conchiglia nella busta.
Imparerai così il tuo nome: tellina.
Il ‘ti’ è questo viola in gola alla conchiglia
che vi nasce,
‘elle’ è un rosa
difficile a paragonare.
Ma tellina è insieme una cosa bianca,
così chiamerei il tuo sguardo
ma poi subito l’invade la pupilla
che è bruna.
Domani ricevi e rovesci i frammenti,
leggi, e ridi, su ognuno
la sillaba colorata.

Giuseppe Bevilacqua 2005 96 9788889615010 6

L’autore

Introduzione di Andrea Zanzotto

“I versi qui raccolti da Beppino non sono affatto ‘casuali’ omaggi alla poesia, ma rispondono a un autentico ardore dell’animo […]. La presente raccolta è ben degna del traduttore di Celan in italiano […]. Si va dalle pure e semplici osservazioni su luoghi, viaggi, avvenimenti tragici o semplicemente curiosi, al rapido incontro con figure significative, alle acute analisi che scoprono strati sottintesi, ai trasognati abbandoni all’incanto della natura, anche nel suo essere terribilmente infida.”

Dalla Prefazione di Andrea Zanzotto

“Del grande traduttore si avverte la consapevolezza che le parole non sono vergini e non hanno mai una prima volta, ma sempre un’ultima. Ma anche la memoria delle suggestioni, più che gli echi, dei versi degli altri, i fiori di una purtroppo lontana stagione novecentesca della poesia tedesca, quando Georg Trakl e Gottfried Benn tornavano a balbettare lo stupore di Hölderlin e Novalis. E questo, a pensarci bene, è anche l’omaggio postumo e non dichiarato del discepolo di Ladislao Mittner, il maestro indimenticato. E vale, allora, per Bevilacqua, quello che Benn diceva per sé: «le parole, poche parole, caricate di un enorme cumulo di tensione creativa… e queste parole vivono poi oltre con una forza di suggestione obiettivamente inspiegabile».”

Sergio Garbato, «il Resto del Carlino», 17 agosto 2005

“Poesia che racconta e descrive le peripezie di un sguardo catturato dalla nebbia, dalle nubi, dalla neve, da un cespuglio, dalla notte, (la fuga del Tempo, l’oblio…), che, mediante finestre, specchi, terrazze, cortili, giardini, lapidi tombali, apre e recupera un paesaggio, una storia, un ricordo, mettendo a fuoco dettagli: un agnello malfermo sul prato, un gruppo di case nel barbaglio del tramonto, un calderone di rame, un viottolo, un fiore, un nome, un volto, un pennino di stagno. Evocazione, quindi, ma nelle misure dell’essenza, prima ancora che essenzialità. E il più evidente lascito della traduzione di Celan. Queste poesie di Giuseppe Bevilacqua sono quadri, in senso letterale e funzionale: forme che inquadrano, delimitano le cose della terra e del cielo. La mente può diventare una finestra aperta sul mondo se alla mente affiora la parola nascosta nel suo interno buio: «[…] la mente s’è fatta / remota specchiante finestra / e solo di là da essa / e nel suo interno buio / quel rosso e bianco d’eccelse nevi / può essere, ma quasi muta / parola».”

Rinaldo Caddeo, «La Mosca di Milano», A. IX, N. 14, giugno 2006

“Si legga l’incipit di una sua poesia presa a caso: «Leggendo una brutta poesia / di un grande poeta mi parve / di non averlo mai / tanto amato», dove la semplicità del dettato ci rivela una profondissima umanità.”

Giorgio Linguaglossa, «Poiesis», N. 34-35, 2005/2006

“Si potrebbe affermare che Bevilacqua è un poeta mascherato, dunque, così come si è potuto dire che Giacomo Debenedetti è un narratore mascherato, uno scrittore prestato alla saggistica, un narratore che forse nella saggistica riusciva meglio e parassitariamente a uscire fuori. Bevilacqua è un poeta che si è nascosto per anni e anni dietro la propria consumata esperienza letteraria. Presentare la propria opera in versi come poesia d’occasione, significava per Bevilacqua segnalarla consapevolmente al lettore come sottopoesia, quasi strizzando l’occhio agli esperti, in un autonomo e fiero processo di creazione e svuotamento del proprio piccolo capolavoro, come se fosse ai suoi occhi severi e un po’ divertiti di studioso, un lavorino effimero e inconsistente (pur rimanendo consapevole, ne sono sicura del valore, del peso specifico del suo libro uscito fuori le mura del suo impegno di studioso).”

Ernestina Pellegrini, «Il Portolano», N. 51-52, 2008

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