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Voci d’un vecchio cantare

Nüm gh’èm giamô ’na vita e ’na memoria,
’na stansa d’ùmber, ’na pultròna, i bâs…
ma l’è ’na vita cürta, fada d’aria
e quèl «giamò» l’è mai turnâ a fiurì…
La pultròna pö l’è mai ’na stansa
e j ùmber se sfann d’umbra nel vardà
quj robb d’una giurnada trada al vent,
la carna che s’enveggia nel sugnà.

 

 

Noi abbiamo già una vita e una memoria,
una stanza d’ombre, una poltrona, i baci…
ma è una vita corta, fatta d’aria
e quel «già» non è mai tornato a fiorire…
La poltrona poi non è mai una stanza
e le ombre si disfano d’ombra nel guardare
quelle cose d’una giornata gettata al vento,
la carne che s’invecchia nel sognare.

Franco Loi 2017 88 9788889615638 41 ,

L’autore

Foto di Lucarelli

A cura di Anna De Simone
con un disegno di Livio Ceschin

“Franco Loi ha saputo riversare l’amore per Milano e per il suo dialetto nelle migliaia di versi scritti in cinquant’anni di attività ininterrotta. Nelle sue raccolte di poesie, che superano la trentina, entrano la vita, la storia, la tensione verso il divino e la figura inquieta dell’Angel. Erede di Carlo Porta e Delio Tessa, Franco Loi si conferma oggi come una delle voci più limpide e autorevoli della poesia contemporanea.”

Dal risvolto di copertina di Anna De Simone

“Perfino dal punto di vista ritmico, che un tempo era tutt’uno con il passo del passeggiatore euforico lungo le strade di Milano – «Mì seri un girundun, e me piaseva / passà tra i cà» («Ero un vagabondo, e mi piaceva / camminare tra le case») –, il discorso poetico procede adesso in modo meno sicuro e deciso, come se fosse disponibile a qualche inciampo, caduta o smentita. Non è un caso allora che si faccia molto sentire il motivo dell’oscurità, del buio, del sonno e soprattutto, come detto, del sogno, tanto più rilevante se si pensa che quella di Loi è stata sempre per eccellenza una poesia di esterni, di spazi aperti, di movimento. La scena, lo spazio di azione in molti casi coincidono ormai con lo spazio interiore, con le sue malinconie e con i suoi fantasmi. La cecità che coincide con la visione, l’idea della morte che si mischia alla vita, i corpi e i nomi che diventano ombre, i ricordi e i sogni che non si distinguono più […].
Forse mai come in queste poesie, così semplici e chiare, così dirette, Loi è stato vicino a lasciare davvero che tutto sia.”

Roberto Galaverni, «La Lettura-Corriere della Sera», 8 gennaio 2017

“Ha ragione Anna De Simone quando, nello scritto che introduce l’opera, accenna a degli «esiti surrealisti» che qua e là emergono. Ardente e corsiva, la fantasia di Loi prende nel suo vortice l’alto e il basso, il cielo ossessivamente lunare e la strada murata della storia. Le rime facili in ‘a’, che abbondano nella lingua milanese, aprono in continuazione finestre luminose e suggeriscono le risonanze di un canto dispiegato. Ma in quest’urbano paradiso/inferno, di luci e di ombre oltraggiate, di presenze e vanità, le liriche della prima sezione danno l’idea di atomi-parole – sempre simili a sé stessi, aria, vent, mund, vȗs, lȗs – che si mescolano e dispongono dentro una sfera di commozione a limitata ampiezza e ad alta intensità.”

Paolo Febbraro, «il Sole 24 Ore», 9 aprile 2017

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